LE INSIDIE NEL MEDITERRANEO”ALLARGATO”DI CONTE. ERRORI E PROSPETTIVE

DI ALBERTO NEGRI

A ogni passaggio di governo spunta nei discorsi dei politici italiani che il Mediterraneo è una priorità. E a ogni tornante di stagione tocca al vecchio cronista prenderne nota inarcando le sopracciglia in segno di attenzione ma anche con una punta di giustificato scetticismo. Lo ha fatto ieri anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che era pure capo di un precedente governo che di successi, sul piano internazionale, nel Mediterraneo ne ha raccolti davvero pochini, a cominciare dalla Libia e dalla questione migranti, affrontata con la chiusura dei porti sui cui ora forse si farà qualche passo indietro senza sapere bene dove si andrà a parare.

Conte, come già aveva fatto il 26 luglio all’annuale conferenza degli ambasciatori alla Farnesina, ha insistito sull’asse con la Nato, sull’”imprescindibile legame” con gli Stati Uniti e “la stabilizzazione e lo sviluppo del Mediterraneo allargato”. Sottolineando che in materia di immigrazione l’Italia non può più prescindere da un’effettiva solidarietà tra gli Stati membri dell’Unione Europea: “Questa solidarietà finora _ ha dichiarato Conte _ è stata annunciata ma non ancora realizzata”.

Ben detto. Ma bisogna trovare il modo di attuare qualche passo avanti significativo. I migranti, in sostanza, non se li deve accollare soltanto l’Italia (o la Grecia) ma anche gli altri Paesi europei, in particolare quelli dell’Est che si rifiutano pur ricevendo da Bruxelles ingenti fondi strutturali. Occorre inoltre modificare il trattato di Dublino secondo il quale la responsabilità dell’asilo è del Paese di primo sbarco, con l’obbligo conseguente del Paese di primo approdo di gestire tutti gli accessi e accogliere chi arriva.

Tutto questo impedisce di arrivare a un meccanismo di emergenza che conduca alla redistribuzione obbligatoria di parte dei rifugiati nei momenti di maggiore crisi ed evitare così anche quelle scene tragiche e penose dei battelli carichi di migranti che navigano per settimane con profughi stremati. Non è ammissibile perché si tratta di un segnale di impotenza e debolezza, non di forza.

Non si tratta di scaricare migranti agli altri ma di affrontare anche una questione politica essenziale. Quella di riconoscere che la caduta di Gheddafi voluta nel 2011 da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti ha condotto a una situazione geopolitica insostenibile con il crollo di intero stato e di una regione nevralgica i cui confini sono sprofondati per migliaia di chilometri nel Sahel.

E’ impensabile che la Libia torni come un tempo a fare il guardiano dei profughi di un intero continente ma è urgente che l’Europa si dia da fare al massimo, e con ogni mezzo, a stabilizzare il Paese, la cui anarchia, insieme al jihadismo, minaccia Tunisia, Algeria e influisce pericolosamente su una vasta area che va dal Mediterraneo al Medio Oriente. Tutto si tiene e a otto anni dalle primavere arabe del 2011 quasi niente funziona sulla Sponda Sud.

Ma è proprio nella dimensione che sta tra geopolitica, migrazioni e stabilità statuale, che scricchiola rumorosamente la nostra politica mediterranea insieme con l’asse di alleanze tracciate da Conte. I nostri alleati sono quelli che ci hanno gettato nel caos sulle porte di casa e il presidente del consiglio l’anno scorso è caduto anche lui nella trappola quando Trump gli ha promesso la famosa “cabina di regia” per l’Italia sulla Libia. Non solo gli Usa non ci hanno dato (né ci daranno mai) alcuna regia sulla Libia ma Trump ha appoggiato apertamente il generale Khalifa Haftar che ha mosso guerra al governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato concretamente dall’Italia con lo scopo evidente di proteggere i nostri interessi energetici e fermare i flussi migratori.

Non solo: la Libia è terreno di influenza di potenze come la Francia, Russia e Turchia ma anche di Arabia saudita, Emirati e Qatar, concorrenti tra loro e che nel Mediterraneo alimentano l’instabilità. Facciamo notare di sguincio che questi tre paesi sono tra i maggiori acquirenti di armi dell’Occidente e dell’Italia.

Ecco cosa significa _ pur semplificando assai _ il “Mediterraneo allargato” di cui parla Conte. Stiamo attenti a usare le parole “amico e alleato” perché gli interessi che ci sono dietro sono più forti e consistenti della nostra povera immaginazione.

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