OCCORRE ANCHE UN SOCIAL NEW DEAL PER SCUOLA E SANITÀ

DI ENRICO ROSSI

L’Ocse rende noto che l’Italia spende solo il 3,6% del Pil per scuola e università a fronte del 5% della media dei paesi sviluppati.
Il taglio di 8 miliardi risale ai tempi di Berlusconi/ Gelmini, 2008/2011.
Il nuovo ministro, grillino, Lorenzo Fioramonti ha chiesto che nella nuova legge di bilancio ci siano almeno due miliardi in più per la scuola e uno per l’università.
Non manca dove investire: riduzione del numero degli alunni per classe, edilizia, abolizione del precariato, asili nido accessibili a tutti, stipendi adeguati per gli insegnanti, riduzione delle tasse universitarie, aumento delle borse di studio e dei servizi agli studenti.
Per una maggioranza che cerca un “sentire comune” tra forze diverse come il M5S e il PD, i temi della scuola, della sanità, dell’intervento sociale in generale, possono diventare un terreno positivo di impegno e pure di amalgama.
Ma per fare cose importanti all’insegna di un social new deal, accanto al green new deal esplicitamente richiamato nel programma di governo, sarà necessario trovare le risorse senza aumentare il debito enorme, il cui pagamento già impegna una quantità enorme di spesa pubblica.
Quindi, occorre intensificare la lotta all’evasione e superare quel riflesso berlusconiano, che ha fatto proseliti anche a sinistra, per cui le tasse sarebbero un furto dello Stato, un “mettere le mani in tasca ai cittadini”.
Non è uno scandalo chiedere al 10 per cento più ricco dei contribuenti un contributo sociale.
Il fatto che, invece, la maggioranza di governo abbia fatto pochi riferimenti alle entrate per finanziare le nuove spese sociali, rende meno sicuro l’ambizioso programma che si è presentato.
Finora, solo il segretario Cgil Landini, ha fatto riferimento alla necessità di reperire nuove risorse, chiedendo un “sacrificio” alla parte più abbiente del Paese che nell’ultimo decennio ha aumentato la sua quota di partecipazione alla ricchezza nazionale.