QUALE PROGRESSO PER L’AFRICA

DI GIULIO ALBANESE

Viaggiando nell’Africa Orientale, la parte del continente meglio conosciuta da chi scrive, si viene letteralmente travolti dalla natura fatta di paesaggi paradisiaci, un impatto che contrasta con le grandi città dove l’urbanizzazione ha costretto la gente, soprattutto i ceti meno abbienti, a indicibili sacrifici. Credo che un po’ tutti in Europa o negli Stati Uniti abbiano visto in televisione, almeno una volta, i documentari della Bbc o del National Geographic. Per quanto possa trattarsi di produzioni artistiche di tutto rispetto, quelle immagini riescono a rendere un infinitesimo rispetto alla realtà africana che appare distante anni luce dall’immaginario occidentale.

Le bellezze sono diffuse ovunque, davvero dappertutto, ad esempio nel nord del Kenya, dove oltre cento anni fa, nel lontano 1883, l’uomo bianco scoprì il lago Turkana, battezzato allora lago Rodolfo, “un mare di giada”, color verde intenso, la cui bellezza fa impazzire ancora oggi la vista di qualsiasi viaggiatore. Proviamo insieme a leggere il racconto che l’esploratore austriaco Ludwig Von Höhnel fece di quell’impresa: «Il vuoto, quasi per magia, si riempì di montagne pittoresche dagli aspri dirupi, un guazzabuglio di gole e valli, che si chiudevano da ogni lato a formare una cornice per un lago dalla superficie blu scura, che si estendeva ben al di là del nostro sguardo. Per molto tempo, ammutoliti e deliziati, lo fissammo. Ammaliati dalla bellezza della scena che era davanti a noi… Pieni di entusiasmo e grati per l’interesse dimostrato per i nostri piani dalla Sua Altezza Reale e Imperiale, il Principe Rodolfo d’Austria, il Conte Teleki battezzò la distesa d’acqua, incastonata come una perla di grande valore nel meraviglioso scenario che avevamo di fronte, Lago Rodolfo» (Von Höhnel, The Discovery of Lakes Rudolf and Stefanie, 1894).

Leggendo questo resoconto si capisce di getto cosa potesse essere il “Paradiso terrestre”, una regione rimasta fuori del tempo, dove è possibile ancora oggi ripercorrere il cammino dell’umanità. Arrivarci significa partire da Nairobi, capitale del Kenya, risalendo la grande frattura della crosta terrestre denominata “Rift Valley”, detta anche Great Rift Valley, un attivo sistema di fosse tettoniche che si estende per migliaia di chilometri lungo il bordo orientale africano, dalla depressione della regione etiopica della Dancalia, fino al Sudafrica e che a settentrione continua, attraverso il Mar Rosso fino alla Siria, lungo un asse segnato dal Golfo di Aqabah, dal Mar Morto e dalla valle del fiume Giordano.

L’attuale assetto del sistema della Rift Valley è molto complesso ed è determinato dall’attività magmatica e dai movimenti tettonici che hanno generato diversi segmenti il cui andamento sembra essere stato condizionato da strutture precedenti all’era paleozoica, riattivatesi però nel corso di cicli successivi, che avrebbero conferito differente rigidità a diversi settori della crosta terrestre. Da rilevare che la zona più settentrionale, quella compresa tra l’altopiano etiopico e quello somalo, contrassegnata dai laghi Zuai, Abaya e Turkana è stata abitata, nel Pleistocene, dai primi australopitechi fino all’homo sapiens. L’associazione tra ritrovamenti paleoantropologici e la struttura geologica della Rift Valley non è casuale, dal momento che l’attività vulcanica e tettonica responsabile della formazione di queste depressioni e la contemporanea sedimentazione hanno creato condizioni ideali per la proliferazione della vita. In parallelo, colate di lava, sedimenti vulcanoclastici e ceneri vulcaniche hanno coperto rapidamente i resti animali e vegetali permettendo così la preservazione dei fossili. Sta di fatto che percorrendo la strada sempre verso settentrione in territorio keniano, per qualsiasi viaggiatore si moltiplicano i colpi d’occhio su un arcobaleno di colori, una natura inaspettata e affascinante: la “Samburu Game Riserve” con i suoi campi fissi sulle rive del fiume, l’impervia foresta di Marsabit, l’atmosfera perfetta del Lago Paradiso e di una vita animale assolutamente non turbata dall’uomo. E poi grandiosa la vista del lago Turkana, superficie palpitante su una distesa di lava.

E allora si capisce perché di fronte a questa Africa così seducente Karen Blixen scrisse nel suo diario, durante i suoi innumerevoli safari: «Il respiro del panorama era immenso. Ogni cosa dava un senso di grandezza, di libertà, di nobiltà suprema…». Anche perché la vera ricchezza di queste contrade remote del Corno d’Africa è costituita innanzitutto e soprattutto dalle popolazioni autoctone che sopravvivono in condizioni precarie e fanno parte di quell’esiguo numero di etnie africane le quali, favorite dall’isolamento, conservano ancora immutata nel tempo un’esistenza regolata da leggi primordiali. Il bestiame rappresenta tutta la loro ricchezza e si cibano di latte e sangue che viene estratto dalle giugulari dei bovini, e solo raramente della loro carne. Ma proprio in questo sradicamento dal contesto globale, una sorta d’inesorabile destino rende il loro spazio fisico-temporale circoscritto e paradossalmente infinito, facendoli sentire immortali, padroni della loro esistenza.

E in effetti, proprio l’esistenza di queste popolazioni che hanno mantenuto la loro identità e libertà, rimanda a un connettivo sociale, in apparenza molto fragile, ma in realtà estremamente radicato, essendosi formato in condizioni di assoluto disagio in un territorio ostile. Ecco che allora, per quanto il progresso umano rappresenti per questa gente un’occasione di riscatto, esse meritano rispetto, rivendicando una dignità che l’uomo tecnologico del terzo millennio ha tristemente smarrito.

Una cosa è certa: l’attività di evangelizzazione svolta tra loro in questi anni ha il merito, in molti casi, di aver colto, attraverso l’inculturazione, la predicazione della pace e della riconciliazione, le istanze di liberazione da ogni genere di oppressione.

Queste etnie e il loro intero ecosistema, alla prova dei fatti, per chi le conosce, sono splendore e magnificenza del pianeta Africa.

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