A MOSCA CIECA

DI CORRADINO MINEO

Matteo Renzi ha fatto la mossa del cavallo e ora il governo è nelle sue mani. Renzi Matteo ha fatto un colpo di testa, come il suo omonimo Salvini in agosto. Direttori ed editorialisti si dividono. Non vedono -o se anche cominciano a vedere non raccontano- che forse non è accaduto niente di troppo strano in questa pazza estate italiana. Socialisti e popolari hanno fallito in Europa. La gestione rigorista e liberista gli ha fatto perdere l’anima del ceto medio.
A parte Grecia e Spagna, dove protagonisti della protesta sono stati movimenti di sinistra, Siryza e Podemos, oggi in Europa le piazze sono dell’estrema destra. Le Pen, Salvini, Alternative for Deutschland. Una miscela di nazionalismo, ostilità per l’Unione e l’euro, odio per gli immigrati, peggio se musulmani. Ma queste destre piazzaiole, come quelle al governo ai margini dell’Unione, in Ungheria e Polonia, appaiono a chiunque abbia un qualche discernimento come un cavallo di Troia di un nemico che incalza l’Europa, la stringe da più parti, rischia di stritolarla. Come un ultracorpo, questo nemico si è intrufolato nelle vesti di uno storico alleato, il presidente degli Stati Uniti. La guerra commerciale con la Cina porta recessione in Europa, la polemica con la Federal Reserve svela l’intenzione di usare il dollaro come arma per mettere definitivamente nell’angolo moneta ed economia europea.
Ecco che intellettuali, funzionari pubblici, imprenditori, molti giovani preoccupati del futuro e anche tanti elettori reagiscono con forza. Da Londra a Budapest, da Roma a Parigi, a Berlino. Reagiscono con i mezzi che hanno, senza, purtroppo, una cultura comune, un pensiero che illumini tale resistenza. Così l’impazienza di Salvini (e la sua paura di guai giudiziari) si infrange contro il muro Conte-Mattarella. Così i migranti dalla Germania orientale trapiantati in Baviera votano per i verdi, sventando il rischio di uno sfondamento dell’estrema destra. E in Francia, se Macron il tecnocrate, fanatico della finanza, sbatte il muso contro i gilet jaunes, c’è comunque il doppio turno, con le più bizzarre intese, che ancora può fermare i barbari. Va bene, ma dove andrà il sistema? E chi lo sa.
In Francia si stanno chiedendo se sia possibile inventare una intesa tra ecologisti e sinistre per costruire un argine un pò più solido alle destre. In Germania sono i popolari a a cercare intese in Europa, anche a costo -forse- di rinunciare al loro populismo indennitario, che gli fa pensare di essere formiche operose che devono tenere a bada cicale scialacquatrici . In Italia Grillo spinge i 5Stelle verso sinistra -anche se non la chiama ancora così- una sinistra profondamente rinnovata, in grado di gestire l’innovazione scientifica ma non gli affari del sistema, l’economia circolare invece che la crescita del PIL. Salvini ad agosto ha tentato il suo all in. Respinto, ora prova a ripiegare su un estremismo entrista, più simile a quello di Orban che della Le Pen. E Renzi approfitta di tutti i vantaggi del proporzionale, sperando di potersi proporre, a tempo debito, come il capo di un nuovo bipolarismo tra un grande centro macroniano e un fronte estremista e anti sistema, da battere sempre e comunque.
Per inciso, se vogliano gli spagnoli sono più pazzi di noi: 4 elezioni in 4 anni, la prima a dicembre 2015, la prossima fra due mesi, a novembre. Due le ha vinte il Psoe, ma non è riuscito a governare, per il rifiuto di coalizzarsi con Podemos e per non avere ottenuto una benevola astensione che gli lasciasse guidare un governo socialista di minoranza.
Bene -direte- questa Europa non ha futuro. Non vuole vendersi ai sovransti, ma non sa costruire una alternativa coerente. Già, ma intorno non è che vada troppo meglio. Netanyahu ieri non ha vinto le elezioni in Israele e finirà – credo- sotto processo. L’arabia Saudita del principe Bin Salman è stata messa in ginocchio dai droni dei ribelli Huthi (magari affiancati da qualche missile made in Iran). Dietro questo due fallimenti, quello più grande di Donald Trump, che non si risolve a far la guerra e non riesce a imporre il suo volere con le trattative bilaterali (delle quali si ritiene maestro). Mentre Putin, sempre più sotto attacco in patria per la gestione autocratica del potere, si afferma come ago della bilancia in Medio Oriente.
E le presidenziali americane dell’anno prossimo? I democratici hanno più voti di Trump, ma potrebbero perderle, se alcuni piccoli stati voteranno per spazzare la roccia alla ricerca del petrolio, per continuare a inquinare il pianeta, per sfogare la frustrazione suprematista contro neri, ispanici, lesbiche e transessuali. Quel celebrato modello di democrazia si è ormai inceppato: il Congresso accoglie sempre più numerosi rappresentanti radical e socialisti, la Corte suprema è infeudata dai reazionari. Per eleggere senatori e governatori ci vogliono troppi soldi per potersi mettere contro la lobby delle armi, i giganti della sanità privata o contro gli inquinatori, ma il popolo disprezza sempre di più gli uomini dell’establishment.
Che resta? Bolsonaro che distrugge la foresta amazzonica? L’italo argentino Macri, tanto celebrato da noi un paio di anni fa, che ha portato il suo paese alla bancarotta? La leadership di Erdogan, nazionalista islamico che reprime i curdi ma perde le città della Turchia? O forse l’India del nazionalista hindu, Modi, sull’orlo di una nuova guerra per il Kashmir contro il Pakistan: entrambe potenze nucleari. Sì, resiste “l’armonia” autoritaria del Celeste impero, che ha forse ritrovato un Grande Timoniere e una via della seta. Ma rischia di perdere Hong Kong, mentre dentro il partito affiora la paura che scatti “la trappola di Tucidide”, cioè che il contrasto tra la potenza egemone (gli Usa) e quella emergente (la Cina) sfoci nella guerra.
Questo caos, a me sembra una rivoluzione senza soggetto. Un ordine mondiale è saltato. la sopravvivenza del pianeta è a rischio. Eppure esistono -e si vedono- le intelligenze in grado di arrestare il declino, inventare un futuro più umano. Ma manca un’idea, non si vede un soggetto e meno che meno un partito, in grado di guidare tale ricerca. Così le primavere arabe ci sembrano gravide di pericoli e taciamo su quel che accade, ancora, in Sudan o in Algeria. Greta che va in America sulla barca di Casiraghi ci sembra una Chiara ferrigni che ha fatto altre scelte. E dimentichiamo le manifestazioni dei giovani in Europa, negli Stati Uniti, in altre forme, anche in Cina. E le donne? Come, riproduttrici dei rapporti sociali, sono protagoniste e vittime del cambiamento. Ne parliamo sempre, le ascoltiamo molto di rado.
Come finirà? Non chiedetelo ai due Matteo. Non ne sanno niente. Neppure a me, perché il Caffè non è Napoleone e non ha la sua armata. Una cosa è fare l’analisi, non lasciarsi impastoiare dalle false verità che, ognuno pro domo sua, dicono troppi politologi, sociologi ed economisti, un altra è costruire una prassi capace di mutare il mondo.
Praxis (prassi, mossa dalla teoria) è il nome della rivista su cui, a suo tempo, mi ero formato. Questo Caffè l’ho scritto a fine giornata, con i titoli dei giornali e poco altro. Forse, dopo una “comparsata” a Coffee Break, riuscirò a proporvi anche la consueta lettura critica dei giornali del mercoledì 18 settembre.