RENZI RECITA LA PARTE DEL POVERO SOLZENICYN IN FUGA DALLO STALINISMO

DI ALESSANDRO ROBECCHI

Restiamo amici. Ti lascio ma è per il tuo bene. Io non ti merito. Ti vorrò sempre bene. Ci vediamo in giro. La vita continua. No, non ho un’altra, voglio stare un po’ da solo. Devo riflettere. Una pausa ci farà bene. Non parlerò mai male di te. Se sommate tutte queste belle frasette, come per magia, avrete la sacrosanta reazione: “Ammazza che stronzo”.

E ora passiamo al caso Renzi.

Le lusinghe di Zingaretti per non farsi lasciare rasentavano l’assurdo. Si è ventilato persino di Boschi presidente del partito, che è come mettere la volpe a guardia del pollaio. Il capogruppo Pd rimane un renziano di ferro (Marcucci), che al momento resta, in modo da vedere come si mette la faccenda e decidere dopo, e così fanno altri renzianissimi, tipo Lotti. E’ come quando si abbandona il campo, ma prima lo si cosparge di mine antiuomo che saranno attivate alla bisogna. Renzi fa le valige e si porta via due ministri e un sottosegretario, tutta gente che si sbracciava scrivendo #senzadime, mai, meglio morto, dovrete passare sul mio cadavere, zotici maledetti che sbagliate i congiuntivi; e poi hanno fatto inversione di marcia in autostrada.

Renzi ha spinto Zingaretti all’alleanza con i 5stelle e poi ha preso cappello: cara, è per il tuo bene. Vuole (confessato apertamente) i voti di Forza Italia (parlandone da viva), gli viene l’itterizia se sente cantare Bandiera Rossa alle feste dell’Unità, giornale che fu glorioso e che ha chiuso perché non si inginocchiava abbastanza. La cosa più ridicola della fuga di Renzi Matteo è la narrazione sulla casa da cui scappa: il Pd descritto come un partito comunista, sinistra estrema, Soviet supremo, dove i grandi pensatori centristi (sarebbe lui, Renzi, magari anche Rosato e Scalfarotto, per dire del trust di cervelli) sono angariati in tutti i modi, mandati in Siberia, ostracizzati e messi ai margini pur avendo il capogruppo, due ministri, un sottosegretario. Annuncia il possibile ritorno di D’Alema e Bersani come se fossero Stalin e Beria, e lui, povero Solgenitsin, deve mettersi in salvo. Dunque tenta di passare per un democratico moderato che fugge da un partito nordcoreano. Non è difficile leggere la faccenda in filigrana: il partito nordcoreano gli va bene solo se Kim Jong Un è lui, se no tanti saluti. E del resto, uno che ha portato il Pd al 18 per cento dopo aver tuonato “Non lasceremo il Pd a chi lo ha portato al 25 per cento” in un altro partito sarebbe stato cacciato a calci in culo, e invece è stato tutto un “Matteo è una risorsa”, “Resta con noi”, “Non ci lasciare”.

Ma basta con il passato. Basta con le recriminazioni, le ripicche, gli sgambetti. Renzi fa il suo partito, di ispirazione boyscoutiana-jovanottesca-recalcatian-leopolda, che tradotto in italiano significa tanta fuffa, ma tanta fuffa, e colpi a sorpresa ogni minuto. Da grande annusatore ha capito che il gioco di Salvini ministro dell’Interno era astuto: stare al governo ma fare opposizione, fingere accordo ma alzare l’asticella, spararne una al giorno e vedere l’effetto che fa, prendersi le prime pagine, dettare l’agenda, far passare gli alleati di governo come idioti mentre lui, se avesse i pieni poteri, signora mia… Insomma, il salvinismo intrinseco di Matteo Renzi è così evidente che viene voglia di chiamarlo “capitano”, anche se il suo stile non è la foto col cotechino, ma con gli imprenditori che sganciano soldi alla sua fondazione. Finisce un equivoco: una banda di mediocrissimi che aveva preso il partito per miopia e cecità dei vertici ed ennesima beota illusione della base, se ne va rancoroso con un commosso: “Non mi avete capito”. Mentre tutti avevano capito benissimo che Matteo Renzi ha una visione, un orizzonte culturale, un disegno politico e un enorme sistema di valori precisissimo, che è riassumibile in due semplici parole: Matteo Renzi.

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