IL MERIDIONALE CRIMINALE PER DNA?

DI RAFFAELE VESCERA

Cesare Lombroso, l’ottocentesco teorico della inferiorità della cosiddetta “razza meridionale”, esce con le ossa a pezzi nel libro “Stato carnefice o uomo delinquente?” del prof. Giuseppe Gangemi. L’uomo delinquente “per atavismo”, dunque criminale innato, nella bislacca tesi del cattivo medico e antropologo da operetta Lombroso, sarebbe per l’appunto il meridionale in sé, in quanto malnato portatore di una particolare “fossetta occipitale cranica” che lo condannerebbe a delinquere.

Pur di suffragare la tendenziosa tesi, Lombroso, ladro di cadaveri nei cimiteri e misuratore di crani umani, falsificava incredibilmente i dati, distorcendo letteralmente la procedura scientifica per farla corrispondere al suo fantasioso assunto. La manipolazione, già ampiamente denunciata e contestata dagli scienziati del suo tempo, è minuziosamente riportata nel monumentale saggio di Gangemi, che mette una pietra tombale sulle antiscientifiche teorie razziali del Lombroso.

Ma oltre il dato scientifico, Gangemi, calabrese,  docente dell’università di Padova, evidenzia quello sociologico-politico, chiedendosi perché mai un teoria positivista  supportata da elementi scientifici inconsistenti abbia potuto avere tanto successo tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, con strascichi attuali, quali il museo Lombroso di Torino, tuttora aperto. Come mai l’incredibile teoria della divisione degli italiani in due razze, una cosiddetta “ariana” cui apparterrebbero gli abitanti del Nord e l’altra definita “africana” nella quale iscrivere quella degli abitanti del Sud, esclusa, bontà sua, la classe dirigente-benestante assimilabile a quella “nordica”, è potuta passare senza colpo ferire nella pubblicistica nazionale, persistendo ufficialmente per mezzo secolo, e poi divenuta sedimentato pregiudizio?

La risposta è da manuale: il razzismo, che ampiamente diffuso dalle potenze occidentali in epoca coloniale era utile a giustificare la sottomissione e la schiavizzazione dei popoli di altri Paesi, in Italia, ancora priva di colonie all’estero, serviva per giustificare la riduzione del Sud a colonia interna, grazie alla complicità interessata di quella classe dirigente meridionale da Lombroso ritenuta non “africana”, in quanto complementare a quella del Nord. Oltre il lato comico della teoria lombrosiana, vi è quello tragico, basti pensare a quanti massacri si sono fatti negli anni della conquista piemontese delle Due Sicilie, stermini giustificati per l’appunto dall’inferiorità della “razza meridionale” restia ad accettare l’ordine coloniale sabaudo imposto con le baionette.

Il cranio del perfetto criminale atavico meridionale, secondo il falsario Lombroso, sarebbe quello di un ladruncolo calabrese, “Giuseppe Villella”, di cui non vi è memoria che abbia commesso crudeltà alcuna, ma che il Lombroso, ignorandone vita, morte e passione, definisce “brigante esemplare”. Cranio ammirabile, insieme ad altri, nel suddetto, vergognoso museo Lombroso di Torino, contro il quale il comitato nazionale “No Lombroso”  conduce un’annosa battaglia legale per la chiusura e per la restituzione dei poveri resti al cimitero del suo paese d’origine. Ma tant’è, il museo insiste nella sua impresentabile permanenza, come insistono strade dedicate a Lombroso nelle maggiori città italiane a partire da Milano.

E’ il  frutto di una mistificazione utile a giustificare la persistenza della Questione meridionale. Cattiva coscienza attribuibile non soltanto alla destra razzista ma anche ai fondatori settentrionali del partito socialista italiano, dall’allievo di Lombroso Enrico Ferri, che già segretario del partito socialista aderì al fascismo, allo stesso Turati che, pur antifascista, ignorando l’assunto marxiano dell’essere sociale che crea la coscienza, ovvero delle condizioni ambientali che influiscono sul comportamento sociale degli uomini, non fu scevro da apprezzamenti razzisti contro i meridionali. Atteggiamento di sufficienza ostentato sino in tempi recenti da “grandi” giornalisti quali Gianni Brera e Giorgio Bocca, oltre i tanti leghisti che hanno rimasticato le teorie lombrosiane per giustificare i privilegi sociali forniti da sempre al Nord a danno del Sud.

Il dato curioso è che lo stesso Lombroso era di famiglia ebraica, popolo pur meridionale e mediterraneo, ma da Lombroso affrancato dal cosiddetto “atavismo criminale”, in virtù di non si capisce quali differenze. Curioso anche che, morto Lombroso, nel suo cranio sia stata rinvenuta una fossetta occipitale pari a quella di Villella. Ancora più curioso è che le teorie lombrosiane abbiano dato manforte ai cultori germanici della teoria della superiorità della razza tedesca, teoria che ha determinato l’ignobile sterminio del popolo ebraico. A pagare il razzismo di Lombroso, per nemesi storica fu lo stesso figlio Ugo, esiliato in America per sfuggire alle leggi razziali fasciste del 1938. Che i figli debbano pagare le colpe dei padri, è ingiusto, ma che i meridionali debbano pagare ancora le colpe del razzismo italiano, lo è ancor di più.

Giuseppe Gangemi, nella sua eccellente minuziosa disamina, va ben oltre la questione lombrosiana, poiché analizza la formazione della nazione italiana, composta  dai cento popoli diversi che dalla barbarica Europa al civile oriente hanno invaso lo Stivale, e che mischiandosi tra loro hanno determinato l’originalità del carattere italiano, nella sua varietà, a Nord come a Sud. Un libro imperdibile per chi vuole andare a fondo sulla nascita del pregiudizio razziale antimeridionale.

“Stato carnefice o uomo delinquente?” Di Giuseppe Gangemi, ediz. Magenes, pg 333, prezzo 20 Euro.