‘I HAD A DREAM-AVEVO UN SOGNO’, DOCUMENTARIO MAGNIFICO CHE ANDREBBE PROIETTATO IN TUTTI I CIRCOLI DEL PD

DI CORRADO GIUSTINIANI


“Un documentario magnifico, che dovrebbe essere proiettato in tutti i circoli del Pd ancora in piedi. Bisogna dirlo a Zingaretti”. Riccardo Barenghi, analista politico della Stampa, noto anche con lo pseudonimo di Jena, ha commentato così il film di Claudia Tosi “I had a dream – Avevo un sogno”. D’obbligo il titolo straniero, perché il film è stato proiettato solo due volte in Italia, compresa quella di ieri al Trevignano FilmFest, mentre ha girato molto di più all’estero. La Tosi ha seguito per ben dieci anni due donne politiche del Modenese, la deputata del Pd Manuela Ghizzoni e l’assessora Daniela Depietri, per documentare la trasformazione sconsolante della nostra politica, distante dai problemi della gente e in cui vincono i “sempre fedeli” e perdono molto spesso le donne. Nella foto, Claudia riceve il trofeo del Trevignano FilmFest dalla stilista Pinda Kida, nell’altra viene premiato Barenghi.

Quanto è abietto uno Stato che tradisce i suoi cittadini? E’ quel che fece l’Italia ottant’anni fa, con le leggi razziali. Lo racconta Pietro Suber in “1938 – Quando scoprimmo di non essere più italiani”, il documentario che ha aperto la densa domenica del Trevignano FilmFest. Storie di vittime, di persecutori, di spie, forse soprattutto di gente che si voltò dall’altra parte. Sul palco del cinema Palma, quando le luci si sono riaccese, Suber è stato accompagnato da Lea Polgar, testimone diretta dell’orrore: “Un giorno ai miei genitori fu tolto letteralmente tutto, dalla patente di guida, all’ingresso al circolo del tennis, al diritto di lavorare. Era come smettere di vivere…” Nella foto la premiazione di Pietro e Lea.

La domenica, in una sala come sempre piena, è stata invece chiusa dal film “The Front Runner “ che racconta la vicenda di Gary Hart, che dovette rinunciare alla candidatura presidenziale nel 1987 a causa di un affare di letto con la modella Donna Rice. “Avrebbe vinto di sicuro le elezioni” ha detto al pubblico Furio Colombo, stimolato dalle domande di Luciana Capretti. Secondo l’insigne giornalista, scrittore, parlamentare e docente universitario, a non perdonare da allora in poi le scappatelle fu il protestantesimo fondamentalista. E perché allora Trump l’ha fatta franca? “Perché tra fondamentalismo e protestantesimo – ha spiegato Colombo – la parola che conta davvero è una terza: la ricerca del potere”

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