OHIBÒ, IN ITALIA NON C’E’ UN PARTITO VERDE

DI ALESSANDRO GILIOLI

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Dopo l’effetto Greta e il recente successo dei Verdi in Austria – ultimo di una serie in mezza Europa – è scoppiato il grande dibattito “perché in Italia non c’è un partito verde”.

In verità uno ce ne sarebbe anche, ma è stanco erede di quello fondato più di trent’anni fa e passato nei decenni attraverso una dozzina di sanguinose scissioni, infiniti scazzi correntizi, tristi burocratizzazioni e tradimenti degli ideali originari: il che – oltre a provare inequivocabilmente che si tratta di un partito di sinistra – potrebbe iniziare a fornire una prima risposta alla domanda “perché in Italia non c’è un partito verde”.

Fra l’altro, nei meno giovani è rimasta impressa l’identificazione del Sole che ride con il più noto dei suoi ex leader, l’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, uno che amava molto gli hotel a sette stelle e «usava l’elicottero pure pe’ fa Roma-Napoli», come disse (intercettato) un suo stretto collaboratore. Pecoraro fu poi assolto dalle accuse di finanziamento illecito e di concussione, ma politicamente non ne è rimasta una gloriosa memoria, diciamo.

Giusto per la cronaca, i Verdi italiani si sono presentati negli anni con svariati nomi di fantasia e altrettante fantasiose alleanze: il GirasoleLa Sinistra l’arcobaleno (così, con i due articoli), in Sinistra Ecologia e Libertà, in Rivoluzione Civile di Ingroia, in Verdi Europei Green Italia, in Italia Europa Insieme, fino a Italia Europa Verde (e grazie a Wikipedia, perché a memoria non ce li si può ricordare tutti).

Forse anche questa camaleontica sequela di liste in cerca di poltrone potrebbe fornire una seconda risposta alla domanda “perché in Italia non c’è un partito verde”.

In teoria, peraltro, di partiti verdi ne avremmo più d’uno: oltre a quello “ufficiale”, lo sarebbe per nascita il Movimento 5 Stelle (o lo era, almeno, prima che si convertisse alla pratica dei condoni edilizi); lo sarebbe nelle sue varie forme la cosiddetta sinistra radicale (da ciò che resta di Leu a Possibile, passando per il movimento Diem25 da cui ho sentito per la prima volta citare il concetto di Green New Deal); lo era un tempo anche il Partito radicale medesimo, parlandone da vivo (sfugge cosa sia rimasto di ecologista in + Europa, dopo la relazione complicata con Tabacci e il corteggiamento attuale a Calenda, che è puro partito del Pil).

Qualche esponente ambientalista storico è approdato nel Pd, qualcun altro si è convertito negli anni allo sviluppismo più sfrenato, occupandone poi ogni possibile poltrona.

Interrogato su questo diasporico disastro, oggi alla Stampa l’ex coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli risponde che per gli ecologisti “serve una fase costituente”, una di quelle frasi che negli ultimi dieci anni ho sentito a proposito di qualsiasi fallimento.

Suppongo malignamente che il sottotesto di Bonelli – come quello di molti politici, quando fanno dichiarazioni – sia “l’importante è che dentro ci sia io”, dentro questa fase costituente. E forse anche questa eterna estensione dell’io (personale, partitico o tribale) potrebbe fornire una terza utile risposta alla domanda “perché in Italia non c’è un partito verde”.

Bonelli è forte (si fa per dire) del 2,29 per cento ottenuto dal Sole che ride alle ultime europee, diretta conseguenza dell’effetto Greta sugli elettori più giovani, i quali non hanno mai sentito parlare di Pecoraro Scanio e soci, né delle millemila manovre di corridoio del passato.

In tutto questo è abbastanza certo che tuttavia nella società ci sia una base senza partito, cioè un pezzo di paese (generazionalmente trasversale ma più forte tra i giovani) che nelle istanze verdi crede davvero, probabilmente consapevole che questa battaglia è interconnessa con altre: di genere, antirazzista, per i diritti civili e sociali e contro le attuali diseguaglianze.

Priva appunto di partito, questa base si canalizza non solo nei cortei Fff, ma anche in infinite forme di attivismo e associazionismo.

È perfino possibile che questo fermento di base abbia al momento più impatto di un partito vero e proprio nell’influenzare il dibattito pubblico, nell’imporsi sull’agenda politica e mediatica, nel contrastare le lobby, nel persuadere i decisori.

In questo caso, non sentiremmo alcuna mancanza di un partito organizzato.

Se invece un partito organizzato ci può essere, forse prima di nascere dovrebbe fare i conti sulle cause della domanda di questi giorni – che è anche il titolo di questo post.

Perché sarebbe abbastanza il colmo se in Italia i primi ad attuare greenwashing fossero proprio i “green” per definizione e ragione sociale.