QUEI BAMBINI DA LIBERARE

DI LUIGI MANCONI

 

Proprio in questo momento, mentre leggete Repubblica e i vostri figli sono di là, o all’asilo, o al parco, un certo numero di loro coetanei si trova detenuto all’interno delle carceri italiane. Sì, detenuto. Al 31 agosto del 2019, infatti, nel sistema penitenziario sono reclusi 52 minori tra gli zero e i sei anni (talvolta fino ai 10), unitamente alle loro 48 madri.

Di quei bambini, 32 sono ospitati negli Istituti a custodia attenuata (Icam), dove la condizione carceraria, con tutto ciò che di patologico comporta, risulta meno opprimente e afflittiva. Gli altri vivono nelle comuni celle delle comuni prigioni. Tutto ciò nonostante che la “Legge Finocchiaro” del 2001 prevedesse la detenzione domiciliare per le detenute madri. Resistenze culturali e lentezze amministrative, impacci burocratici e ostilità politiche hanno fatto sì che nel corso di vent’anni, quella popolazione infantile, costituita da “innocenti assoluti”, sia rimasta pressoché stabile, raggiungendo il picco attuale. E basterebbe una cifra economicamente modesta per far sì che, come prevede una legge del 2011 rimasta inapplicata, tutti quei minori venissero ospitati in adeguate case famiglia, senza alcun rischio per la sicurezza collettiva. Ma quello dei detenuti bambini è solo il più scandaloso dei punti di crisi del nostro sistema penitenziario.

Oggi, nelle carceri italiane si sta verificando un drammatico cortocircuito. La popolazione detenuta, alla fine dello scorso mese assommava a 60mila 741 unità rispetto a una capienza ufficiale di 50mila 469 posti letto (inclusi quelli temporaneamente non utilizzabili). In tale contesto, nei primi nove mesi dell’anno in corso, si sono tolti la vita 35 reclusi, all’interno di una dinamica scandita da questa tragica sequenza: 43 suicidi nel 2015, 45 nel 2016, 52 nel 2017, 67 nel 2018.

Un altro dato inquietante, e sempre e da tutti taciuto, riguarda i suicidi tra i poliziotti penitenziari. Negli ultimi dieci anni sono stati 79 gli agenti che si sono tolti la vita: ed è difficile pensare che tale scelta sia dovuta esclusivamente a motivazioni personali, che nulla avrebbero a che vedere con le condizioni di lavoro e in particolare con l’ambiente (sovraffollato e sottilmente violento) dove esso si svolge. È l’insieme di questi fattori che determina il cortocircuito di cui si è detto, che viene alla luce quando quel clima di tensione che domina la vita quotidiana del carcere esplode attraverso il manifestarsi di episodi di brutalità.

È di poche settimane fa la vicenda giudiziaria, che vede indagati 15 poliziotti penitenziari del carcere di Ranza (San Gimignano) per i reati di concorso in tortura aggravata e lesioni personali aggravate e, alcuni di essi, per minaccia aggravata e falso ideologico aggravato. Meno di due mesi fa, secondo l’associazione Antigone, considerata affidabile dal ministero della Giustizia e dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), al punto da consentirle periodiche visite di monitoraggio nelle carceri, un detenuto di Monza sarebbe stato colpito al volto con calci e pugni da alcuni agenti. A conferma ci sarebbero gli occhi lividi, il volto tumefatto e i forti dolori lamentati dall’uomo: il che, negato dal medico del carcere di Monza, è stato riscontrato, a distanza di giorni, da quello dell’istituto di Modena, dove il detenuto in questione era stato trasferito nel frattempo.

Ancora. Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma, a proposito di episodi che sarebbero avvenuti nelle carceri di Tolmezzo e di Poggioreale, ha presentato due esposti presso le rispettive Procure. Si è parlato finora di denunce e non ancora di sentenze, tantomeno definitive (e il mio garantismo, lo giuro, non teme niente e nessuno).
Ma le segnalazioni sono troppe e concomitanti per non destare preoccupazione.

Damiano Aliprandi, sul quotidiano Il Dubbio, pubblica costantemente informazioni raramente smentite; e la rubrica bisettimanale Radio Carcere, curata da Riccardo Arena per Radio Radicale da due decenni, offre un osservatorio di ineguagliabile forza, anche letteraria (grazie a racconti, lettere, messaggi) della vita prigioniera. Stupisce, di conseguenza, il flemmatico silenzio del Dap di fronte a tante circostanziate segnalazioni. Non un comunicato, non un’efficace indagine interna, non un provvedimento disciplinare (se non dopo richiesta del magistrato).

Nessuna replica nemmeno quando, nel dicembre dello scorso anno, il Corriere della Sera sollevò il caso del carcere di Viterbo che sembra vivere da tempo in uno stato di extra-legalità, nonostante le dettagliate denunce del Garante regionale dei detenuti, Stefano Anastasia
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C’è solo da augurarsi che il nuovo governo, che dichiara di volersi impegnare sul piano dei diritti, abbia la forza di muoversi con efficacia, sollecitando un’operazione di verità e politiche di trasparenza. Non è in discussione in alcun modo la correttezza della stragrande maggioranza dei poliziotti penitenziari: a infangare, come usa dire, il loro onore e la loro divisa, sono quei pochi che commettono violenze e abusi e quelli, più numerosi, che voltano il capo dall’altra parte. Ha ragione, la Garante dei detenuti del carcere di San Gimignano, Sofia Ciuffoletti, quando dice: “Se il carcere viene sottratto allo sguardo pubblico della cittadinanza e della politica diventa fatalmente sede di illegalità. Solo se lo rendiamo finalmente visibile, potremo contribuire a migliorare la vita dei custodi e dei custoditi”.

Da Repubblica dell’ 1-10-2019