GABO MÁRQUEZ E IL REALISMO MAGICO DI PABLITO ROSSI

DI DARWIN PASTORIN

Il calcio moderno manca di epica, vive di immagini e non di immaginazione, il calciatore è un fenomeno (quasi) virale, inavvicinabile, soprattutto per i cronisti. Tutto avviene attraverso i like sui social, le dirette Facebook o in sbiadite conferenze stampa, nella comunicazione di un tutto che in realtà è un niente.

Ai miei tempi, mille anni fa, parlavi con chi volevi, assistevi agli allenamenti sul campo e i giocatori avevano come unico filtro la segreteria del telefono fisso. Era il football dei poeti e dei prosatori pasoliniani, di Giovanni Arpino e dei suoi “bracconieri di storie e personaggi”, dei dribbling – come forma d’arte – degli “irregolari” Meroni e Vendrame. Il pallone non era arroganza o potere, ma meraviglia; dominavano le voci della radio e Gianni Brera trasformava Gigi Riva in Rombo di Tuono, così come Tex Willer era Aquila della Notte.

Non mi appassiona il calcio di oggi, lo seguo, certo, ma senza curiosità, distrattamente. Così mi è facile cercare rifugio nella nostalgia. E parlare, alla Guccini, come ho fatto al festival “Milano CalcioCity”, alla Triennale, con Fabio Stassi e Piero Trellini, del tempo andato.

Lo spunto è partito dal libro monumentale e perfetto di Trellini: “La partita”, Il romanzo di Italia-Brasile, Mondadori. Già, quel 5 luglio 1982, nel caldo torrido di Barcellona: io ero in tribuna stampa ad assistere a quel match mitico (3-2 per i ragazzi del Vecio Bearzot) e alla più bella, incredibile e appassionante avventura azzurra, culminata con la conquista del mundial a Madrid contro la Germania Occidentale, con il presidente Sandro Pertini felice come un bambino in tribuna d’onore.

Fu un’impresa, quella contro la Seleçao, da “realismo magico”, con Paolo Rossi assoluto protagonista, passato dalle tenebre alla luce, dal buio al miele, con tre gol destinati a diventare leggenda. Un personaggio, Pablito, che sembrava per davvero uscito dalle pagine di Gabriel García Márquez, che proprio in quell’anno si aggiudicava il suo mundial con il Nobel per la Letteratura.

Pablito, Gabo e il “realismo magico” anche nel prato verde: un altro football, altri scrittori, un’epoca di cangiante stupore. Un’epoca dove la grandezza si celava nella semplicità. Dove una partita poteva diventare, in un abbagliante lampo, romanzo popolare, utopia realizzata.