LIBRI PER UNO SPAZIO TEMPORALE TRA “NÉ PASSATO NÉ FUTURO”

DI FABIO BALDASSARRI

Tra i libri che ho letto quest’estate segnalo in particolare Homo Deus di Yuval Noah Harari (Bompiani Editore, Milano 2017) e Danubio di Claudio Magris (RCS Media Group, Milano 2019). Sono libri distanti un bel po’ di tempo l’uno dall’altro e si può persino pensare che il titolo che propongo per secondo dovrebbe precedere, perché la prima edizione di Danubio è del 1986 (edizioni Garzanti) mentre la prima in inglese di Homo Deus, a brief history of tomorrow è addirittura del 2016 (Harvill Secker Edizioni, Londra 2016), ovvero fra queste due prime edizioni corre una trentina d’anni.

Qualcuno si domanderà perché li ho proposti con la sequenza inversa. La risposta più facile sarebbe che Homo Deus l’ho letto all’inizio di quest’estate mentre Danubio l’ho letto alla fine. In realtà vi sono altre motivazioni cui non manca una certa casualità: il libro di Harari l’ho acquistato a giugno dopo averlo ordinato in libreria, mentre su quello di Magris mi ci sono cascati gli occhi in edicola quando, ad agosto, l’ho visto abbandonato sullo scaffale da un cliente che non lo prese in considerazione come supplemento de I classici del Corriere della Sera.

In realtà questa casualità non è ragione principale né sufficiente. Danubio lo avevo già apprezzato tanti anni fa e, forse, non ne parlerei dopo la rinnovata lettura di questa fine estate se una riflessione su ciò che ho letto all’inizio della stagione non mi avesse indotto a tornarci sopra. Il libro di Magris, comunque, è di quelli che si rileggono più volte perché, diciamocelo, è un capolavoro letterario che ti resta in testa. Non fu certo per sbaglio (ad esempio) che con mia moglie e una coppia di amici, nel 2011 percorremmo il grande fiume su un battello e lungo le sue rive raggiungemmo città e paesi secondo l’ordine seguito, almeno in parte, dallo scrittore.

Naturalmente non vi starò a raccontare di questo viaggio ben meno significante di quello di Magris, anche perché più utilmente dal punto di vista della buona letteratura chi altri non l’avesse ancora fatto lo potrebbe fare dopo aver letto Danubio, magari imbarcandosi come noi in Austria per arrivare un pezzo in giù, almeno fino ai confini meridionali della Serbia: sulle vie della Mitteleuropa. Vi dirò subito, invece, delle sollecitazioni a questa rilettura che mi sono pervenute da Homo Deus sebbene debba fare una premessa che potrà aiutarvi, andando avanti, a trovare la chiave di certe mie considerazioni.

C’è un’antica teoria filosofica riguardo al tempo, secondo cui il presente non esiste perché quando lo pensiamo come realizzato è passato, e quando lo immaginiamo come da realizzare è futuro. Ma c’è anche una teoria della fisica moderna che orienta il tutto in un’altra direzione. Il fisico Carlo Rovelli (articolo di P. Greco, l’Espresso, 23 ottobre 2014) ne fornì una sintesi al Festival della Scienza di Genova così dicendo: «Einstein si è accorto che in mezzo fra quello che chiamiamo “passato” e quello che chiamiamo “futuro” c’è qualcos’altro che prima nessuno aveva notato». E Rovelli, appunto, lo chiamò passato né futuro.

Questa teoria è roba complessa per cui, se ne volessimo sapere qualcosa di più, dovremmo addentrarci su questioni di fisica e modelli matematici di calcolo della meccanica quantistica non acquisibili di certo con solo un articoletto. Ma a noi non serve per parlare di Homo Deus e Danubio, bensì per sottolineare che il tempo intercorso fra il primo e il secondo libro potrebbe essere considerato né passato né futuro in quanto, dopo aver letto il libro di Harari come scritto per il futuro, ci accorgiamo che quello di Magris, pur scritto con occhio al passato, per ciò che accadde negli anni successivi, attiene alla nostra riflessione sull’oggi.

A proposito di Harari ricordo che nel 2018 ne scrissi già su Alganews riguardo al suo Da animali a dèi (https://www.alganews.it/…/animali-dei-un-libro-importante-…/) benché fino ad allora non l’avessi preso in considerazione per via del sottotitolo “Breve storia dell’umanità”. In generale diffido dei libri che si presentano come “Corso rapido di… ”, “Metodo veloce per… ” e via dicendo. Una volta letto, però, lo apprezzai per le linee accreditate da Harari secondo studi comparati riguardanti l’affermarsi dell’homo sapiens sulle altre specie nel corso di una lunghissima storia.

Ecco: diciamo allora che Homo Deus è il contrario, sebbene non nel senso che sia meno meritevole dal punto di vista della lettura. La materia di cui trattasi è ancora una volta proposta in modo lineare, ordinato, pulito e scorrevole (traduzione dall’inglese di Marco Piani) ed è, semmai, il sottotitolo “Breve storia del futuro” che mi conferma nella scarsa idoneità di questo genere di letture. Soprattutto non rientra nelle mie corde in quanto, anziché animato da una sorta di ottimismo della volontà come l’altro, Harari qui mostra un insopportabile pessimismo della ragione.

Homo Deus si può definire un libro distopico, cioè, qualcosa di mezzo fra il saggio, il romanzo e l’oracolo. Senza perdermi in prolisse spiegazioni, riporto dalla Treccani il significato di distopia: “Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi”. In questo l’Autore coglie una preoccupazione diffusa adesso ma, salvo brevi considerazioni finali, non convince del tutto. Potrebbe sembrare, persino, un’operazione di marketing editoriale.

Del resto quando è uscita la prima edizione di questo suo libro, Harari già pensava a un terzo volumetto un po’ più consolatorio dal titolo Ventun lezioni per il XXI secolo (Bompiani Editore, Milano 2018). Lo dico non per polemica, ma per spiegare come Danubio lo si possa leggere ancor oggi, seppure non intenzionalmente mirato, con maggior profitto. Quell’affresco del 1986 ci racconta difatti di quando era ancora in piedi il muro di Berlino ma, senza volerlo, ci inoltra in un tempo né presente né futuro: il nostro. Con una sapida iniezione di cultura e poesia, ci fa intuire quanto avvenne dopo, con la caduta del muro, cioè la guerra nei Balcani e la pressione che tuttora si avverte sull’Europa provenendo da Est e dal Medioriente.

Viene in mente, pensando al né passato né futuro del fisico Rovelli, il filosofo-filologo Massimo Cacciari che nel suo recente La mente inquieta (Einaudi, Torino 2019), con riferimento all’Umanesimo, scrive (cit. pp. 15-16): “È questo tempo che occorre destare a nuova vita anche attraverso la re-novatio […] epoca di crisi, passaggio d’epoca, segnata da catastrofici avvenimenti, un tempo in cui la follia stessa è avvertita come sempre in agguato, follia che andrà conosciuta e rappresentata per poterla combattere, e cioè ironizzata, in tutti i significati del termine ‘ironia’, inesorabile combinazione di riso e pianto […]”.

Ecco: in Danubio, pur muovendo da un percorso che a ogni tratta del viaggio cerca e/o ravvede segni di un passato più o meno remoto fitto di presenze e citazioni colte proposte al lettore con garbo e leggerezza, scopriamo che il linguaggio di Claudio Magris è assai più evocativo del linguaggio di Yuval Noah Harari in Homo Deus che, pur pensato come predittivo ed esplicitamente rivolto a ipotizzare il futuro, rimane interessante lettura ma non lascia molto spazio all’immaginazione e, dunque, alla possibilità di pensare il cambiamento come accadimento determinato dall’azione e dalla volontà dell’uomo: nel bene o nel male.