PER TUTTI ERA ‘AFRICA’. MA LA SUA MAMMA LO CHIAMA PATEH

DI CLAUDIA PEPE

Un poliziotto si è improvvisato prestigiatore, un mago per i bambini migranti. Lo ha fatto per strappare un sorriso ai bimbi del centro di prima accoglienza di Pozzallo, in Sicilia.
E Pozzallo mi ricorda quel ragazzo che chiamavano “Africa”, ma che si chiamava Pateh
Pateh si è suicidato a Venezia in un Gennaio di due anni fa. Mentre la sua testa riaffiorava e si inoltrava nelle tenebre nel Canal Grande gli dicevano:” È solo uno scemo che vuole morire”. Li sentiva mentre quelle acque gelide, nere come la sua pelle, lo stavano inghiottendo E’ annegato a 22 anni, proprio quando tutto ti sembra possibile, quando la vita ti appare come una fantasia da attraversare. Percorrere è stata la sua vita. Percorrere la via di fuga da un Paese che non riconosce la Democrazia, percorrere un destino che già aveva deciso la sua sorte, percorrere sentieri dove la luce è solo un intervallo tra una gabbia e una finestra troppo piccola per rivedere le stelle. E’ crepato, annegato a 22 anni mentre una luce fioca si smorzava dentro il suo cuore. Ancora una volta sentiva la sua morte essere indifferente all’umanità. Quell’umanità che si solleva perché si costruiscono muri, ma non sa tendere la mano per offrire una sponda a chi muore da solo. Quell’umanità che si sente ferita, turbata per le disgrazie lontane da loro e dalla loro felice tranquillità. Non l’hanno voluto sottrarre alla morte, nessuno ha pensato che la sua fine è stata anche la loro. Tranquilli, “Africa “è morto, “Africa” è finalmente morto perché puzzava, perché portava malattie, perché prima gli italiani e poi gli sporchi negri. “Africa”, così lo chiamavano. Africa è morto, ed è morto per aver amato la vita, anche in quell’ ultimo anelito di gioia dove ho rivisto il suo Gambia, il suo litorale, la fitta foresta nell’entroterra, il suo fiume circondato nelle sue sponde da mercati e pescatori, i suoi profumi. E’ morto in una terra che si indigna per delle vignette, e non per un suicidio che inchioda tutti nella propria coscienza. Africa è morto, ora non puzza più, non toglierà nulla agli italiani. La carità, la tolleranza e un briciolo d’indulgenza lo donerà alla marea che dondolandolo gli canterà una dolce ninnananna per sempre. Ciao “Africa”. Ma la sua mamma lo chiamava Pateh.