JOKER. COSA OTTIENI SE METTI INSIEME UN MALATO DI MENTE IN UNA SOCIETÀ CHE LO ABBANDONA?

DI FRANCESCA PAPASERGI

 

“Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente solitario e una società che lo abbandona? Ottieni quello che ti meriti.”
Se vi stavate domandando il perché della nettissima dicotomia tra molta della critica cinematografica statunitense e quella del resto del mondo a proposito di Joker, la risposta sta in questa battuta. Quello che li disturba profondamente, a mio avviso, è il tema del fallimento sociale visto come innesco di violenza e malvagità senza possibilità di controllo o di redenzione. Si scoprono potenzialmente cattivi, possibili artefici di un male più grande di loro, e questo li fa star male. La responsabilità penale è personale; poi c’è la natura, l’essere deviati di per sé; gli americani che non hanno gradito hanno guardato il film e si sono sentiti i mandanti morali delle cose brutte che avrebbero potuto evitare facendo scelte diverse (leggi: sparatorie nelle scuole, per esempio), che è la terza possibilità. La storiella che gira da anni su Gesù di Nazareth clonato e cresciuto, che so, dal capo di una banda nelle favelas di Rio riassume il tutto. Per dirla proprio all’americana, “it takes a village”.
Joker è una conseguenza di Gotham.
Statece, dicono a Roma.
Joker è un film enorme, con un attore protagonista per il quale davvero non possono esserci che applausi e una fotografia magnifica.
N.B.: questo non è un film su Batman.