ELEZIONI PORTOGHESI. LE RAGIONI DELLA VITTORIA DELLE SINISTRE AL GOVERNO

DI ALBERTO TAROZZI

Il partito socialista del premier Antonio Costa ha vinto le elezioni in Portogallo. I socialisti hanno ottenuto il 36,7%dei voti (pari a 95 seggi su 230) seguiti dal Psd (partito socialdemocratico di centrodestra) al 28,1% (70 seggi). Terzo il Blocco di sinistra con il 9,6% dei voti (16 seggi),seguito dalla coalizione di sinistra al 6,3% (9), i popolari di destra al 4,2% (4 deputati) e gli ambientalisti di Pan al 3,3% (2). La maggioranza di centro sinistra si attesta sui 122 seggi su 230. Vale a dire che i socialisti non potranno governare da soli, ma la conferma della loro coalizione con i comunisti e il resto della sinistra pare cosa certa. Visto che il premier ha subito escluso di allearsi coi socialdemocratici di centro destra.

Schiumano di rabbia coloro che solo un anno fa ne avevano profetizzato la morte. Come  i chierichetti nostrani dell’austerity neoliberista de Il Foglio. Ormai senza pontefici di riferimento, da quando anche un loro idolo come il superfalco germanico Schaeuble ha riconosciuto l’efficacia della strategia economica portoghese guidata dal socialista Antonio Costa. Una strategia avallata, sia pure con qualche doveroso momento di conflitto, anche dai comunisti e dal Blocco della sinistra.

Austerity di sinistra. Un paradosso? Se lo domanda su il Manifesto Goffredo Adinolfi uno dei pochi analisti della politica portoghese che viva in loco e non parli né scriva per sentito dire. Un paradosso, diremmo, solamente in parte, in quanto, negli ultimi anni, il governo di centro sinistra, pur mantenendo alcune delle misure restrittive introdotte dal precedente e più conforme alla linea (di Bruxelles) governo di centro destra, ha saputo conseguire perfomance di crescita e di riduzione di deficit e di debito collegabili pure a visioni di politica economica che col neoliberismo sono in rotta di collisione.

Nessuna ricetta miracolosa o coniglio tirato fuori dal cappello del prestigiatore di turno con un colpo di scena. Viceversa un insieme di mosse capaci di coniugarsi efficacemente con una molteplicità di fattori, interni e internazionali. Un mosaico composto da molteplici tessere collocate al posto giusto dal ministro delle finanze Centeno, capaci di determinare la composizione di un quadro sociale con molto meno lagrime e sangue del previsto.

Contenimento della spesa pubblica e dunque qualche no doloroso, ma anche cuscinetti sociali che hanno permesso di innalzare il reddito minimo, di salvaguardare il sistema sanitario, quello della ricerca e di dare qualche vantaggio ai pensionati. Tasse, ma in direzione opposta alla flat tax (5 scaglioni ben differenziati). Con dentro una tassa sulla casa assimilabile a una minipatrimoniale, in grado di fare un poco di cassa senza scendere ai livelli ridicoli proposti in Spagna. E senza raggiungere livelli terroristici tali da distruggere il settore dell’edilizia. Un settore che anzi è decisamente decollato, ben sapendo utilizzare alcune condizioni favorevoli come quelle legate al turismo internazionale.

Un mix bene azzeccato, fatto di competenza e capacità di cogliere al volo qualche attimo fuggente. Difficile da imitare come un modello, ma da recepire come approccio.

Condizioni favorevoli, si diceva. In primo luogo il turismo e il contiguo settore dei servizi, agevolato come fonte di ricchezza e di miglioramento dell’occupazione. Un’occupazione che, a differenza della più citata Spagna, cresce al crescere del pil, testimoniando una riduzione delle diseguaglianze. Non solo il turismo dei consumatori tradizionali, ma anche quello dei pensionati privati esteri cui il Portogallo consente di incassare il dovuto al netto dei contributi. E anche l’arrivo degli imprenditori stranieri, agevolati da una golden visa che fornisce loro una notevole libertà di movimento a condizione di un impegno a creare lavoro e ricchezza. Ad esso va aggiunta una capacità dell’imprenditoria locale, maturata negli ultimi 20 anni e non dall’oggi al domani, nell’orientamento verso un export ben differenziato che ha conseguito notevoli successi.

Al tirar delle somme, elezioni vincenti come punto di arrivo del buon governo  degli ultimi anni. Prologo per un nuovo ciclo che dovrebbe vedere il ricostituirsi della maggioranza di centro sinistra. Una maggioranza che a suo tempo molti poteri sovranazionali avevano accolto con la puzza sotto il naso.

Tutto merito dell’assenza dei populisti? Questa la diagnosi degli analisti da bar sport, che ovviamente tutto conoscono del populismo tranne l’essenziale. Dimenticandosi se si debba trattare del “populismo” della Lega o di quello di Podemos. Dei Cinque stelle o di Ciudadanos o di Vox. Resta il fatto che la scena è effettivamente dominata da partiti più o meno tradizionali. A dispetto di un sistema politico semipresidenziale (con un capo dello Stato eletto a suffragio universale e con poteri relativamente larghi) che il populismo in realtà un poco lo ricorda.

Ma la ragione probabilmente è un’altra e ce la ricordava lo stesso Goffredo Adinolfi tempo fa. In Portogallo il superamento della dittatura salazariana e la relativa rivoluzione dei garofani, nel 1974, hanno fornito al paese un’identità condivisa che fornisce ancora oggi, da un lato, una dignità universalmente riconosciuta ai partiti che di quella rivoluzione furono i protagonisti. Eventi storici che forniscono, d’altro lato, all’antifascismo, una linfa attuale e non solo retorica che ha duramente emarginato la formazione di estrema destra.

Un passaggio che manca, alla nostra storia recente. Anche se nessuno si augura di dovere trovarsi tra i piedi qualche fascista al potere da cacciare.