UCCIDERE LE DONNE, UN RITUALE CHE DEVE ESSERE FERMATO

DI ANNA LISA MINUTILLO

 

Non è ancora giorno, fuori c’è buio, terminato il turno lavorativo, Zinaida fa rientro a casa della sorella dove da pochi giorni si è recata con i suoi figli proprio per evitare loro le discussioni che avvengono spesso in casa tra lei ed il soggetto che ha sposato.
Nel buio, nel silenzio, spesso è così che i codardi agiscono, troppo deboli per sopportare la fine di una relazione, ma tanto arguti da mettersi in sicurezza nel loro crudele agire.
L’arma usata è quasi sempre la stessa, un coltello, che offenda il corpo, che lo deturpi, che non provochi morte istantanea ma una sofferenza atroce, quella che la vittima si ritrova sola a dover affrontare, quella che solo in poche riusciranno a raccontare, quella che se si ha la “fortuna”di sopravvivere, resterà lì, infondo agli occhi e accompagnerà notti insonni e giorni cupi.
Due fendenti, ed il “gioco” è fatto.
Ferite mortali, ben assestate, in modo da liberarsi per sempre da chi non si è mai realmente amato.
Zinaida era inquieta, temeva per la sua vita, aveva denunciato ed erano state le stesse forze dell’ordine a consigliarle di abbandonare casa sua, quella che da un momento all’altro, si sarebbe potuta trasformare in una trappola mortale.
Non è servito a nulla, forse avrà pensato a questo Zinaida prima di chiudere i suoi occhi per sempre.
Morire per mano di chi ha già disegnato il tuo destino, in modo freddo, calcolato, spietato, prendendo il posto del divino, ritenendosi un dio che miete vendetta, invincibile, giusto.
Così, nel buio, quel buio che diventerà buio per sempre, ciò che resta sull’asfalto freddo è la vita dell’oggetto di un amore che definire tale proprio non va.
L’assassino si ferma a guardare, ma non ferma le sue mani che diventano taglienti fino a dilaniare la carne.
Uccidere così, è davvero qualcosa di tremendo.
Brandire coltelli, come se fossero fiori da scagliare contro quel corpo che ha ospitato i figli generati e nati da unioni che di unione non avevano nulla, se non quel senso di possesso a cui vengono relegate le donne.
Trasparenti quando assolvono gravosi oneri, si materializzano come per incanto quando rivendicano la loro volontà di porre fine ad un rapporto che non funziona più, che regala solo lacrime e sofferenza.
Sempre la stessa triste storia a cui non ci si deve abituare.
Sempre lo stesso squallido rituale.
Sempre l’attaccare a sorpresa, quando si è indifese quando sei stanca, quando non vuoi credere a ciò che ti sta accadendo perché sai che potrebbe capitare, ma cerchi di scacciare quel pensiero da te, perché in fondo speri di esserti sbagliata.
Termina così un’altra giovane vita, con il terrore negli occhi e l’onta di portare come ultima immagine, in un luogo di pace, il volto di una bestia feroce, quella che doveva amarti perché era questo l’impegno che si era assunto.
Un coltello che si potrebbe fermare ma non né ha voglia, tutta la rabbia repressa(?) che si concentra in colpi di inaudita violenza, tutto il male del mondo, concentrato in qualche secondo, tutta la follia che imperversa nel buio di un giorno che per qualcuno non arriverà più.
Cosa si può aggiungere a tanta crudeltà?
Zinaida è di origine moldava ed è morta per mano di un italiano.
Troppi i giorni di assurde polemiche tra razzismo ed odio non se ne può più.
Di certo, facciamo i maestri di vita quando additiamo i reati commessi da extracomunitari, e nascondiamo come gli struzzi, o gli stronzi, scegliete voi, tutti i femminicidi commessi da italiani, il più delle volte ritenute persone “per bene”, capaci però di agire per compiere tanto male.
Stiamo giocando allo scarica barile con le responsabilità.
Non siamo in grado di fermare questa catena di pregiudizi a cui inanelliamo questi figli maschi dando loro la possibilità di vedere le donne, come oggetti da deridere, da considerare inferiori, da ridicolizzare alla proma occasione perché il fatto di essere donne gioca a loro sfavore.
Li facciamo sentire “grandi”quando fanno racconti delle loro conquiste amorose e consideriamo puttane le donne che fanno la stessa cosa.
Li eleviamo alla massima potenza quando si trovano a ricoprire ruoli di prestigio, senza ricordare loro che dietro a tutto ciò c’è spesso proprio quella di una donna che gli perdona i ritardi a cena, la poca presenza in casa, i nervosismi schizzoidi quando ne fanno rientro, l’assolvere ai compiti gravosi, di cui loro non hanno neanche idea.
Insomma, senza una valida collaborazione, sarebbero persone come tante altre.
Li giustifichiamo quando si esprimono come scaricatori di porto nei riguardi del mondo femminile, sono così divertenti…e allora:giù con gli epiteti a tutto spiano, con le critiche distruttive, con lo sciorinare luoghi comuni solo apparentemente condannati.
Manca il rispetto, l’educazione sentimentale, cose considerate da “femminucce”, ed infatti si vedono i risultati, si vede tutta la “grandezza”di questi “omuncoli”in cosa degenera alla fine.
Non sono esempi per nessuno, tantomeno per i loro figli che lasciano orfani e privati della loro “preziosa”presenza.
Una società che non educa ad educare, fallita quando ritiene debole un uomo che piange, non più in grado di regalare emozioni, perché non riesce da queste a far scaturire reazioni positive.
Il dilagare della pochezza che diventa indignazione e accusa solo quando l’ennesima vittima giace in un mare di sangue privata di dignità, offesa e colpevolizzata, perché ha comnesso (lei), l’errore di aver scelto il soggetto sbagliato…
“Una ferita inaccettabile per chiunque”, una sconfitta quotidiana, un dolore profondo per tutti quei bambini nati e sopravvissuti a situazioni incresciose di cui si ritrovano ad essere vittime inconsapevoli.
Lo dico soprattutto a chi è madre:non sottovalutiamo l’essere donne, non critichiamo noi per prime le altre donne in presenza di quei bambini che saranno poi gli uomini di domani, non permettiamo linguaggi scurrili al loro indirizzo pensando erroneamente che domani prenderanno coscienza, perché non sarà così.
Le mortificazioni destinate oggi alle donne sfoceranno nella vendetta domani.
Cercate di esserci, di vigilare, di dare affetto e di insegnare attenzione e cura.
Cercate voi per prime a non rassegnarvi ad essere relegate a stereotipi obsoleti che subite facendo credere loro che vada bene così.
Basta con l’accostare la parola “amore” quando il più delle volte è solo ignorante prevaricazione.
Basta con le panchine rosse in memoria di chi suo malgrado non c’è più, basta con le scarpe rosse che riempiono piazze sporche di sangue, basta con la finta sorellanza.
Tutto questo si può e si deve evitare prima che avvenga.
Solo così, le donne uccise non saranno uccise più volte e vivranno per sempre, solo così non si corre il rischio di diventare complici di morti annunciate e sottovalutate.