SECONDA GRAVIDANZA E VUOI RIENTRARE A LAVORO? “TI FAREMO MORIRE”

DI ANNA LISA MINUTILLO

Una seconda gravidanza, preceduta da una prima dove non si era verificato nessun tipo di problema nel rientrare a lavoro. Ma questa volta per Chiara che da 15 anni svolge il suo lavoro presso  la stessa azienda, le cose non vanno come avrebbero dovuto andare. Complice forse un cambio generazionale ai vertici dell’azienda, ma per Chiara si è rilevato irrilevante  fare comunicazione della sua gravidanza al  nuovo capo nei termini previsti. Il capo si è  rivolto così a lei: «Dovevi dirmelo già quando tu e il tuo compagno avete deciso di avere un altro bambino». Quando Chiara prova a obiettare che nei primi tre mesi di gravidanza possono accadere tante cose, l’uomo le ha risposto così: «Perché, se lo avessi perso non me lo avresti detto?». Rientra a lavoro Chiara dopo la gravidanza, ma ad accoglierla trova una situazione preoccupante e discutibile, infatti,  viene demansionata ma non solo, durante la maternità viene assunta  a tempo pieno, e con contratto a tempo  indeterminato, un’altra persona proprio allo scopo di sostituirla. 
Un consulente dell’azienda le propone le dimissioni incentivate con una buona uscita, a cui fa seguire queste dichiarazioni: “Ti conviene accettare l’offerta, se rientri al lavoro ti faranno morire”. Queste parole sono state solo l’inizio di una situazione incresciosa in cui Chiara si è venuta a trovare perché ritenuta “colpevole” di aver avuto una seconda gravidanza. La donna infatti, che prima della maternità  ricopriva il ruolo di  responsabile di reparto, si ritrova così a   fare fotocopie, rispondere al citofono ma le viene vietato di rispondere al telefono.
Tra le nuove mansioni anche quelle di: archiviare fascicoli e distruggere documenti. Sparisce dal suo pc la posta elettronica, viene esclusa dalle riunioni e si ritrova ad essere ignorata dai colleghi di lavoro, che mutano completamente il rapporto che avevano instaurato con lei. Come se non bastasse, l’azienda aveva anche sostituito  il cancello elettrico, dimenticando di consegnare anche a lei  il telecomando. Una sorta di congiura tra vertici aziendali e colleghi di lavoro, un mobbing gratuito che la vede inconsapevole vittima di una “colpa” che onestamente nessuna donna dovrebbe avere, dal momento che una maternità andrebbe rispettata e non condannata ed inoltre senza nessuna causa. Questo mette Chiara nella condizione di rivolgersi al sindacato per tutelare i suoi diritti di lavoratrice che in molti stanno cercando di ledere. Una situazione decisamente frustrante che la donna decide di vivere perché certa delle sue ragioni. Nel 2018 l’ufficio vertenze della Cgil ha aperto più di 27mila pratiche (e 14 mila nei primi 6 mesi del 2019) e recuperato in Lombardia oltre 54 milioni di euro. «Crediti che sarebbero rimasti nelle casse delle aziende o dell’Inps, così come dichiara   Daniele Gazzoli, segretario regionale Cgil, se i lavoratori non si fossero rivolti al sindacato». Al momento ci sono 5.695 vertenze aperte dalla Cgil per recuperare stipendi mai o non del tutto pagati dai datori di lavoro. Sono invece  2.757 le violazioni contrattuali, di cui 1.623 licenziamenti illegittimi.  A tutto questo si aggiungono le dimissioni estorte, che riguardano i lavoratori  lasciati a casa dalle aziende per presunti problemi economici mai esistiti.

Come accade spesso, notizie come questa ricevono tante condivisioni nel mondo social, sono molte infatti le donne che commentano l’accaduto oltre che donando solidarietà e vicinanza a Chiara, riportando analoghe situazioni vissute in molti settori lavorativi da donne ritenute “colpevoli” di aver voluto allargare la propria famiglia. Quasi come se il datore di lavoro dovesse avere voce in capitolo su scelte delicate e personali come questa. Strumenti come la firma di dimissioni in bianco, che tornano “utili” nel caso in cui si restasse incinte, oppure il gioco del senso di colpa in cui si fanno sprofondare le neo mamme facendo notare loro che le gravidanze hanno pesato sui costi dell’azienda, oppure demansionamenti  che “fatalmente” scattano al rientro dalla maternità, vengono riservati a tante donne, lavoratrici e madri che si recano al lavoro, perché di quel lavoro hanno bisogno. Storie “vecchie come il mondo” e “trattamenti di bellezza” riservati alle donne, situazioni che nell’ultimo ventennio sono notevolmente peggiorate. Una politica che resta come paralizzata davanti a questo tipo di problematiche, che non tutela  il lavoro e che non fornisce nessun aiuto genitoriale. Continui ricatti, tensioni inutili, condizioni di lavoro che diventano insostenibili e che spingono al licenziamento, proprio quello che si cerca di scongiurare per garantire un reddito in più che viene spesso investito per pagare baby sitter o asili nido. Nessuno che si metta nei panni di quelle madri che si devono separare dai figli anche quando gli stessi hanno l’influenza, per recarsi a lavorare, vivendo una condizione psicologica difficile da sostenere. Molti hanno la fortuna di avere genitori in pensione che danno loro una mano nell’accudire i piccoli, ma questo discorso non è valido per tutti. Come sempre si ignora volutamente ciò che è importante, ma si dedica attenzione a strategie ben collaudate che hanno spesso portato le aziende a ricevere il risultato sperato.
Chiara combatte la sua battaglia e non passa giorno in cui una donna, in questa società che si ritiene ricca di progresso e preparazione, non debba lottare per far ascoltare la sua voce, una voce che si continua a sottovalutare, a non ascoltare, perché è solo la voce di una donna….