BEPPE BIGAZZI, BERLINGACCIO E I GATTI A MOLLO NEL CIUFFENNA

DI MARIO RIGLI

Beppe Bigazzi se ne è andato in silenzio. Nessun notiziario ne parlerà, per questo voglio ricordarlo io con uno scritto del tempo del suo allontanamento dalla Rai nel febbraio del 2010.

 

Ho tre gatti: Briciola, Biscio e Nerino. Nerino naturalmente è nero come un tizzone d’inferno, di quelli che fanno fermare le macchine se ti attraversano la strada, come quello della streghetta de “Il Nome della Rosa” che adoperava per i suoi Sabba innocenti. Dormo male se non sono rientrati quando vado a letto, e comunque la mattina prima del caffè apro la porta, li faccio entrare e do loro da mangiare. Sono grassi come tordi, sono sensibile ai loro miagolii, non credete però che li faccia ingrassare per poi un giorno…

Nel Valdarno, non nella Valdarno come scrivono i giornali in questi giorni (Valdarno è maschile!) tutti come me amano i gatti e gli animali, è difficile vedere cani e gatti randagi, i canili sono quasi vuoti e pochissime famiglie non hanno un animale domestico in casa.

Ma il Valdarno era una terra di frontiera della Repubblica fiorentina contro le scorribande dei Conti Guidi, e le usanze e tradizioni della repubblica fiorentina erano fedelmente replicate in questa terra.

In Valdarno, come a Firenze, il giovedi grasso si chiama Berlingaccio. Il giovedi grasso, cioe il giovedi precedente l’ultimo giorno di carnevale, l’ultimo giovedi prima della penitenza della Quaresima in Valdarno si chiama Berlingaccio. E siccome la lingua pura è qui di casa, l’origine latina da perligere cioè leccare con insistenza nel senso di mangiare gustosamente o da berlengo, sempre latino, come mensa e desco la dicono lunga sull’origine del termine. Si hanno notizie della festa di Berlingaccio in documenti fiorentini fin dal 1416. Berlingaccio era anche una maschera quattrocentesca, ma quello che a noi qui ci interessa era la voglia in questa festa di divertirsi e spassarsela ad ogni costo e non solo a tavola con l’obbligo di abbuffarsi con qualsiasi cibo e bevanda, salvo poi cospargersi il capo di cenere appena il mercoledi della settimana successiva. E l’obbligo di mangiare carne era così pressante che fin dal 1400 è stato coniato il proverbio: “Berlingaccio chi un n’ha ciccia ammazzi il gatto”

Così ancora oggi si dice nel Valdarno, a Montevarchi, a San Giovanni, a Terranuova; a Figline si dice invece “chi un n’a ciccia mangi il gatto”. I Figlinesi forse più addolciti dalle teorie di Marsilio Ficino non adoperano ammazzare, ma mangiare e basta anche se il risultato cambia di poco. Terranuova, Castel San Giovanni, Castel Franco terre murate della repubblica fiorentina, costruite di sana pianta a pianta quadrata come un accampamento romano da Arnolfo di Cambio erano evidentemente più use al termine ammazzare.

Beppe Bigazzi terranuovese doc in trasmissione ha ricordato questo proverbio. Non so se effettivamente ha mai mangiato un gatto, lui ha sedici anni più di me, ha vissuto un periodo della guerra ben più triste del mio e forse lo ha fatto davvero. Io ricordo che mio nonno ci raccomandava che se in qualsiasi osteria avessimo ordinato del coniglio in umido di farsi portare la testa e controllare se fosse oblunga o tonda, lui contadino aveva polli e conigli e dormiva con i gatti, specialmente d’inverno. Non ho mangiato gatti, io, nemmeno nel dopoguerra, ho detto che mio nonno aveva polli e conigli, ma ho mangiato l’istrice e il riccio. Quale animale è più simpatico del riccio, anche per le sue esasperate doti e caratteristiche sessuali, per il suo musetto dolce, eppure io ho mangiato i ricci. Come ho mangiato porcellini d’india che mio zio allevava appositamente come i conigli. Eppure mio zio Gigi non era né turpe né sadico nonostante aspettasse i nidiacei dai nidi dei “loppi” delle viti e li friggesse nel padellino per colazione. Del resto erano i tempi che il caffè veniva fatto con le ghiande tostate!

Bigazzi ha pure detto che il gatto veniva lasciato a bagno nel Ciuffenna alcuni giorni per la frollatura. Può essere, ancora mio nonno ci lasciava pezzi di bue o di maiale particolarmente duri e soprattutto ci lasciava ballini di lupini per essere ammorbiditi in acqua corrente ed erano la gioia per noi bimbi salati come i semi di zucca. Il Ciuffenna , un torrente, ma per noi terranuovesi “il fiume” tanto era importante per la nostra vita. Il Ciuffenna, insieme al Pratomagno così caro a Venturino Venturi, ma soprattutto il luogo dei nostri bagni schiamazzanti di ragazzi dopo la chiusura delle scuole in una terra così lontana dal mare, il posto per le nostre pescate di lasche, arborelle e ghiozzi e di rane. Era lì che nascevano le nostre fritture accompagnate da un cesto di insalata rubato nel campo vicino, consumate in umide cantine, ma senza i genitori, questa volta, affrancati da una sorveglianza che ci sembrava asfissiante, ansiosi di non essere più “bamboccioni” quando il termine neppure esisteva. I ghiozzi dicevo, un pesciolino oggi severamente e rigorosamente protetto ma che noi infilzavamo con forchette di rame appiattite con i ciottoli del Ciuffenna fra i quali, nella stroscia si nascondevano i ghiozzi. Eppure non eravamo né turpi, né sadici. Il Ciuffenna, il luogo dei primi amori fra le sue alberaie, la nostra prima volta non era in macchina, ma fra i pioppi del Ciuffenna, era lì con il brusio dell’acqua corrente che scoprivamo il sesso. Era ancora lì che i montanari si finivano i soldi a toppa, i pochi soldi fatti con i bigoni e le ceste di vimini, durante la grande festa di settembre.

Può darsi che l’acqua del Ciuffenna abbia ammorbidito e reso bianca la carne dei gatti, mia moglie mi diceva che suo nonno di Figline faceva frollare i topi nell’acqua corrente, questa volta nell’Arno, il Ciuffenna si immette nell’Arno molto più a monte di Figline. Erano altri tempi e Beppe ha voluto fare un pezzo di storia con Berlingaccio.

 

Noi i gatti li tenevamo stretti anche se i nostri padri e i nostri nonni li hanno mangiati. Ricordo che appena dopo guerra, quando arrivava un circo, chiudevamo i gatti in casa, i randagi sparivano regolarmente, il leoni dovevano pur mangiare, e gli inservienti facevano razzia dei randagi, per risparmiare sul vitto dei felini.

Beppe ha narrato un pezzo di questa storia, di tempi andati e lo ha fatto con la sua competenza ed arguzia solite, con l’ironia ed il sarcasmo che sono atavici nella sua e mia terra, con una sana dose di leggera provocazione. Beppe è un grande sulla scia di concittadini più illustri: Concino Concini, che ebbe il posto che diventerà di Mazarino e di Richelieu, finito malamente ma non senza lasciare segni indelebili, Fra Diamante discepolo del Lippi sempre considerato mite, ma forse suo compagno anche nelle scorribande a donne, anzi a monache, Poggio Bracciolini umanista colto e dotto ma a differenza di Ficino di cui dicevamo sopra autore di racconti pepati e piccanti nelle sue “Facezie”.

Beppe ha ereditato tutto ciò, insieme ad una competenza invidiabile ad una conoscenza senza limiti, competenza e conoscenza comune all’altro suo concittadino Federico Fazzuoli e trasmessa allo chef emergente di “Uno mattina” Paolo Tizzanini. Il suo torto è stato quello di ricordare i tempi in cui mia nonna o mia zia ammazzavano un piccione premendo il pollice sul cervelletto, o un coniglio a pugni in testa o un pollo torcendogli il collo come un trick track da stadio, i tempi in cui mio nonno ammazzava direttamente il maiale e non vi dico come.

 

Beppe ha ricordato tutto ciò. Ben altri sono i casi di chi si fa pubblicità gratis, per vendere di più, eppure in tempi non sospetti parlavano di assenzio e vedevano vertigini blu.

Beppe non abita più a Terranuova, ma ne è cittadino onorario ed io sono orgoglioso di essere suo concittadino. La tv potrà fare a meno male della sua competenza, della sua cultura, della sua ironia, del suo sarcasmo, della sua sana provocazione in controtendenza di una “tv, fatta di nani, ballerine e cialtroni…”

P.s. Ho aperto parlando, fra l’altro, di Biscio, uno dei miei gatti, ebbene Biscio non c’è più una macchina l’ha ucciso, mentre lui, gatto intero, stava tornando da una notte a gatta!