OTTO MESI PER SEMPRE

DI ANNA LISA MINUTILLO

La notte, un’imbarcazione, il buio, il terrore negli occhi.
Questa distanza dalla terra che sembra non colmarsi mai, le onde che solitamente cullano adesso diventano scossoni, sobbalzi a cui non ci si abitua.
Si procede in questa lotta contro il tempo e lo spazio che separa in poche miglia tutto ciò che è stato da ciò che potrebbe essere.
6 miglia ed è quasi terminata questa ennesima odissea.
Vediamo delle luci in questo mare freddo e scuro, forse ci avranno visti, verranno a salvarci … questo avranno pensato quelle 50 persone che hanno diviso ore di speranza con la paura infondo allo sguardo.
Sì. Li hanno avvistati.
Scatta così la frenesia di mettersi al sicuro, di affidarsi e di fidarsi di chi a breve li farà salire su un’imbarcazione che possa definirsi tale.
Ci si agita, si spingono, tutti spostati adesso verso un lato di quella barca dei miracoli che fino ad ora ha retto alle onde del mare.
Tutti senza giubbotti di salvataggio, tutti con la stessa voglia di mettersi in salvo.
Così, sospesi tra quelle braccia che si agitano, e quelle che si tendono per afferrarli, il mare finisce per avere la meglio.
L’imbarcazione che li aveva condotti ad un’inezia dalla salvezza, si ribalta, c’è chi grida, chi si paralizza dal terrore.
Quasi tutti gli africani non sanno nuotare, non hanno proprio confidenza con l’acqua, altro che palestrati con i vestiti all’ultimi moda come li dipingono i razzisti di casa nostra, hanno paura dell’acqua, e il fisico qui poco c’entra, poco può fare.
Chi c’era su quell’imbarcazione che rovesciandosi nel mare ha disperso tante vite? Erano per la maggior parte giovani donne.
La loro età si aggirava intorno ai 20 anni.
Alcune di loro erano incinte, c’era anche una ragazzina di dodici anni.
In quella confusione, in quel cercare di mettersi in salvo per non annegare, soltanto in 22 sono scampati.
Tredici invece i corpi recuperati, tutti di donne.
In questo caso le regole di salvataggio che narrano: “prima le donne e i bambini”, non hanno funzionato.
In questo caso, come spesso accade, è il mare ad avere la meglio sulla vita e i sogni di chi si aggrappa a qualunque cosa pur di poterli vivere.
Mancavano solo sei miglia per giungere alle coste di Lampedusa.
Sei miglia è la distanza che separa la vita dalla morte.
Tra chi si salva, lo sgomento, immagini di dolore che non potranno mai dimenticare.
Tra chi si salva c’è una giovane donna più agitata delle altre.
Cerca sua sorella, che risulterà essere tra i dispersi, ma non solo, con lei c’era anche la sua nipotina di otto mesi.
Otto mesi, nel buio del mare, lontano dalla sua mamma, di sicuro terrorizzata.
Otto mesi, neanche il tempo di capire chi sei, non hai potuto ancora guardare alla vita e già ne vieni privato.
Morire a otto mesi è un’ingiustizia, è la testimonianza della perdita totale dell’umanità. Perché a tanti non basta che sei morto, no, dopo che sei affogato nel mare vero e freddo vogliono farti affogare anche nella pochezza dei commenti cattivi di chi non sa amare nemmeno se stesso.
Per la massa degli odiatori seriali è andata bene così, una potenziale “delinquente” in meno.
Per gli ignoranti patentati contano solo i muscoli dei ragazzoni (come li chiamano loro), che arrivano qui.
Li giudicano dai vestiti che indossano, dal cellulare, quel cellulare che non è servito a salvarli in mezzo al mare.
Li accusano di un benessere inesistente vogliono far passare per una crociera di super lusso quel viaggio di speranza su una zattera con poche assi di legno, chiamarla barca non si può, che si ribalta quasi sempre in mezzo al mare.
Imbarcazione ricca di confort, dai lauti pranzi alla serata di gala, vero?
È per questo che sono morte, annegate donne giovani ed incinte.
È per questo che i muscoli di quei ragazzi “palestrati” poco hanno potuto contro il terrore e la forza delle onde, è per questo che si continua a morire, perché si fanno comode crociere di piacere, secondo menti bacate.
A riferire dell’annegamento della piccola è Wissen, naufrago 19enne: “Sono caduto in mare e mentre andavo a fondo tenevo gli occhi aperti e ho visto una bimba di pochissimi mesi che stava annegando. L’ho afferrata per risalire. Ma all’improvviso mi sono sentito afferrare alle gambe da un africano che chiedeva aiuto. Ma mi tirava giù. E io avevo in braccio la bambina. Così sono stato costretto a slacciarmi i pantaloni. Per poter risalire. Solo che nel frattempo ho perso la presa della piccolina. E l’ho persa. E stato terribile”.
Otto mesi ed una fine immeritata, otto mesi e il bisogno di fuggire per ricominciare ancor prima di iniziare a vivere.
Tredici bare restano, tredici persone a cui non è stato dato ancora un nome.
Bare che sono contrassegnate da un numero, bare su cui pochi piangono, bare che racchiudono tutta la tristezza di chi a pochi passi dal sogno, a quel sogno ha dovuto rinunciare per sempre.
Un mare che diventa cimitero di uomini, di donne e di bambini.
Famiglie spazzate via dalla corrente, che giacciono nell’immenso, dove non arrivano voci, dove nessuno ti minaccia, dove ormai tutto perde senso.
L’ennesima storia di un naufragio per qualcuno, una seccatura, per altri.
Il “gioco” delle responsabilità da cui tutti fuggono, della propaganda politica fuori controllo, dei “buonisti”, che fanno tutto facile, contro masse informi di odio che non hanno eguali.
Forse è caduto ancor più in fondo dello stesso mare chi non riesce più a vedere, a guardare con la giusta attenzione il deserto che è rimasto in quel luogo in cui prima c’era forse un cuore.
Sono tragedie queste, sono perdite, sono dolori, ma nel paese delle contraddizioni è tutto normale.
In questo paese si piange e si fotte a convenienza, si ingrandiscono problemi inesistenti e non si vede la grande pessima figura di merda che si fa con dio e i santi vari, quando da sedicenti cristiani ci si reca a messa pensando che basti per espiare il marcio che si ha dentro.
Vergogna, vergogna soltanto dovrebbero provare gli odiatori per i commenti all’indirizzo di chi oltre a rischiare la vita a sue spese, ha davanti l’incognita della sopravvivenza in mare.
Madri disperate quando i loro figli abbandonano il nido per andare all’estero a lavorare..
Lo fanno viaggiando in aereo, comodamente spaparanzati, gemendo di dolore quando non c’è la connessione per gli smartphone, quelli sì all’ultima moda.
Con case affittate prima di arrivare, le applicazioni “smart” con cui trovare senza perder tempo i locali della movida da frequentare, i negozi dei brand a cui non si può rinunciare..
Non basterà la tecnologia per introdurre nel cuore l’amore che questi genitori, più figli dei figli che hanno cresciuto, non hanno saputo dare né insegnare loro.
Chissà com’erano questi figli ad otto mesi, loro di certo non si sono fermati ad otto mesi per sempre.