SIRIA: IL GRANDE E FOLLE TRADIMENTO OPPORTUNISTA DI TRUMP

DI SIMONE BONZANO

Trump decide il ritiro delle truppe dalla Siria controllata dai Curdi, dando via libera all’invasione turca: storia di una decisione assurda.

E ora cosa accadrà alla Siria?

Questa è la domanda che molti osservatori si pongono dopo la notizia del ritiro delle forze statunitensi dal nord della Siria. Rispondere al quesito, però è impossibile senza porsene un altro: che cos’è la Siria e perché gli USA si ritirano proprio adesso tradendo l’alleanza con i Curdo-siriani che ha permesso la sconfitta militare dell’ISIS?


Che cos’è la Siria ora?

Quando si guarda alla Siria – o alla Libia, all’Iraq, l’Afghanistan, lo Yemen per citare alcuni esempi – c’è una tendenza a semplificare le posizioni in campo, disegnando confini precisi e alleanze territoriali stabili, arrivando a sottintendere l’esistenza di entità parastatali ben stabilite. Il razionale è che si cerca di trovare un appoggio – o una scusa – per depotenziare il rischio di un nuovo conflitto, augurarsi il disimpegno e pronunciare un corale: “è finita”.

Non è così.

Quello che dal punto di vista dell’occidente – e di molti tifosi di una parte o dell’altra – appare come una precisa suddivisione in quattro macrozone (quella “governativa” controllata da Assad e gli alleati Russo-Iraniani, quella dell’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria (NES) curdo-siriani, la roccaforte delle opposizioni di Idlb e l’area controllata da Ankara ad Afrin) nasconde un quadro più complesso ed esplosivo.

Molte milizie, anche nelle zone controllate da Assad, rimangono de-facto autonome, assembrate in piccoli potentati locali protetti e/o accettati ora dallo stesso governo, ora dai turchi, sauditi, qatarini o iraniani, nominalmente in conflitto ma, allo stesso tempo, parte di reti di commercio informali.

Su tutto, poi, aleggia lo spettro del ritorno dello Stato Islamico e dei suoi 18.000 miliziani ancora stimanti sul terreno, sconfitto militarmente, ma ancora ideologicamente forte in alcune regioni.


Un nuovo conflitto

L’allarme arriva dall’USIP, il centro studi bipartisan del Congresso USA fortemente voluto dal fu Sen. McCain. Stando alle analisi degli esperti del centro, illudersi che la guerra in Siria sia finita è un errore equivalente a quello commesso da G.W. Bush in Iraq. La guerra, ammoniscono dall’USIP, “non è finita finché i nostri nemici non decidono che lo sia” sottolineando, inoltre, che “quanto costruito dalla [NES] con il supporto degli USA non deve essere gettato alle ortche per via di un ritiro prematuro, bensì rafforzato sul campo” anche per “gli interessi americani”.

“Una nuova guerra civile”, infatti, generata dalla presenza dei turchi nel nord o dalla rottura dei fragili equilibri territoriali attuali, “potrebbe far riesplodere le tensioni in quel 60% del paese controllate, spesso debolmente, dalle forze di Assad”.

Il rischio è quello di un Iraq 2.0. Ovvero che potentati locali, in parte spinti dalle pressioni contrastanti dei diversi attori internazionali (la Turchia, per esempio, potrebbe avere l’interesse di destabilzzare il sud della Siria per indebolire le capacità militari sia della NES che di Damasco), in parte dalla necessità degli stessi di trattare con le milizie/parti presenti nel proprio territorio, decidano di supportare al-Qaeda o l’ISIS.

Il risultato, sottolineano all’USIP, potrebbe essere devastante con conseguenze a tappeto per tutta l’aerea mediorientale fino al rischio di un’entrata di Israele nel conflitto contro Assad e, quindi, l’Iran.

La decisione improvvisa

Si tratta di scenari molto realisitici: a 24 ore dall’annuncio della Casa Bianca, il comando generale delle SDF, le forze di sicurezza del NES, ha reso noto di star prendendo “in considerazione una collaborazione con il presidente siriano Bashar al-Assad con l’obiettivo di combattere le forze turche”. Tale alleanza vorrebbe dire un conflitto aperto fra Ankara e Damasco, quindi con un paese NATO nei panni di aggressore di un alleato diretto di Russia e Iran.

E tutto per un annuncio che, come confermano varie fonti vicine sia al Pentagono che alla Casa Bianca, non era né atteso né pianificato.

Stando alle ricostruzioni di Politico, il piano perseguito prima di lunedì era quello concordato da mesi dal Segretario della Difesa Mark Esper e il suo corrispettivo turco Hulusi Akar riguardante la costituzione di una “zona sicura” larga 32 km lungo il confine fra NES e Turchia con pattugliamenti congiunti fra forze turche e statunitensi a terra supportati da pattugliamenti aerei guidati dagli Stati Uniti. Un piano ancora attuale sabato 5 ottobre conferma alla MSNBC l’ammiraglio James Stavridis  citando fonti interne al Pentagono.

Poi qualcosa è cambiato, nella forma di una telefonata privata fra Trump e Erdogan. Secondo quanto riportato dal sito Middle East Eye, citando fonti turche a conoscenza del contenuto della telefonata, Erdogan avrebbe definito il meccanismo di sicurezza Ester-Hulusi come “insufficiente” e che la soluzione militare sarebbe l’unica possibile per “la sicurezza della Turchia”.

L’obiettivo turco sarebbe quello di instaurare la medesima fascia – come ha mostrato Erdogan alla stampa – mediante un’azione militare diretta atta a distruggere le fortificazioni curde lungo il confine ed allontanare dal confine turco i “terroristi curdi” nel “rispetto dell’unità territoriale della Siria. Nonostante le parole, i vertici militari statunitensi e britannici sono mesi che si aspettano “un’invasione progressiva della NES” a danno della destabilizzazione dell’area.


IL piano turco

Rispetto alla Safe Zone di Esper-Hulusi, oltre alla presenza diretta e unica delle forze militari turche, il piano di Erdogan prevederebbe il trasferimento degli oltre 3 milioni di profughi siriani attualmente presenti nel paese nella nuova zona di sicurezza con il fine, non troppo nascosto, di ri-colonizzare territori da oramai 6-8 anni in mano ai Curdi con ex-ribelli siriani o civili vicini alle posizioni e ai gruppi fedeli ad Ankara.

Tradotto: cancellare il supporto per la NES e creare roccaforti pro-Ankara in territorio curdo-siriano. Non bisogna essere fini strateghi o analisti diplomati per capire che tale mossa sia un chiaro azzardo che rischia – mediante un effetto valanga – di sfociare in quel conflitto su larga scala paventato dall’USIP. Rimpatri forzosi e ricollocamenti che – stando alle denunce egli stessi rifugiati siriani e di varie ONG – starebbero assumendo la dimensione di vere deportazioni di massa a fronte di un aumento delle violenze contro gli stessi siriani in varie aree della Turchia.

Trump avrebbe provato a convincerlo a proseguire con il piano del Pentagono, a cui Erdogan ha risposto denunciando come “gli USA stessero continuando ad armare la NES anche dopo la sconfitta dello Stato Islamico”, oltre a non collaborare sul rimpatrio dei Foreign Fighters.

A fronte della mancanza di un concreto impegno da parte della Casa Bianca sulla questione, Erdogan avrebbe chiuso la telefonata intimando agli USA di “collaborare con la Turchia o togliersi di mezzo”.


I tweet di Trump

Come sempre con Trump, la risposta è stata rapida e social. “Gli Stati Uniti sarebbe dovuti rimanere in Siria per 30 giorni […] e ci siamo addentrati in una battaglia senza alcun obiettivo in vista” ha scritto il Presidente su Twitter. “Quando sono arrivato a Washington […] abbiamo rapidamente sconfitto l’ISIS, catturato migliaia di combattenti, molti dall’Europa, ma nessun paese europeo li vuole indietro” ha aggiunto Trump criticando, stavolta giustamente, l’ipocrisia europea sul problema Foreign Fighters (circa 2000 detenuti dai turchi del NES assieme a 10.000 combattenti siriani e iracheni e oltre 60.000 civili considerati vicini al Califfato).

Per Trump, cinicamente, i Curdi avrebbero “combattuto con noi, ma sono stati pagati ed equipaggiati per farlo” “Ho frenato il conflitto fra turchi e curdi per 3 anni” ha aggiunto “ma è ora di farla finita con queste infinite ridicole guerre, molte delle quali tribali: Europa, Turchia, Siria, Iran, Iraq, Russia e Curdi devono risolvere la situazione fra di loro”.

Sul rischio di un genoncidio curdo, Trump minaccia che qualora i turchi provassero “qualcosa di off-limits”, egli, , “nella sua grande e incommensurabile saggezza, distruggerà l’economia della Turchia” aggiungendo “l’ho già fatto una volta” e “gli Stati Uniti sono grandi”. Retorica a parte, a fronte della forzatura di Ankara, la risposta di Trump si traduce in un immenso: “pensateci voi, noi abbiamo dato”.

A favore della posizione della Casa Bianca, gli ambienti ultra-conservatori statunitensi, gli stessi che predicano per un progressivo disimpegno dell’esercito USA nei vari teatri mondiali associato alla ricostruzione di un equilibrio mondiale tripolare simil-Guerra Fredda (Russia/Europa-Cina-USA, è la tesi di Bannon e di tutti gli ambienti alt-Right americani). Per loro l’alleanza con i curdi-siriani, era “innaturale” fin dall’inizio in quanto metteva gli USA direttamente contro un alleato come la Turchia dando il via al processo di avvicinamento fra Ankara e Mosca.

Impeachment, GOP e Siria

Da questo punto di vista, quindi, la scelta di Trump avrebbe, quindi, una giustificazione geopolitica: ristabilire i rapporti di forza della NATO in medio-oriente (la Turchia ospita basi importanti per eventuali operazioni anti-Iran) a cui si unisce un obiettivo più interno: quello di presentare al proprio elettorato ultra-conservatore il ritiro dalle “guerre di Obama” in vista della campagna presidenziale per il 2020.

Il problema, per Trump, non arriva solo sotto forma di critica da parte dell’establishment democratico, ma dalle stesse file repubblicane fra cui gli influenti senatori il leader della maggioranza Mitch Connell e gli influenti Marco Rubio e Ted Cruz. Il tutto mentre, sull’Ucrainagate, Trump rischia l’impeachment e fondamentale per la salvezza del Presidente, sarà proprio la solidità del fronte repubblicano al Senato.

Tornando alla Siria, è difficile capire cosa succederà ora. Fonti dirette dell’amministrazione turca riportano movimenti di truppe lungo il confine pronte ad entrare in forze nella NES. Alcuni analisti sospettano che Erdogan stia solo facendo la voce grossa per motivi interni: il Sultano ha appena perso Istanbul e la situazione economica del paese continua a non dare segni di ripresa nonostante l’intervento diretto della presidenza.

Questo non cancella il rischio di un’ecatombe sia essa pianificata ex-ante da Ankara o che nasca dal coinvolgimento dei potentati locali, i quali rimangono la vera variabile imprevedibile nel paese.


A fronte di tutto questo, la decisione di Trump di annunciare il ritiro è l’ennesimo esempio simbolo di una politica estera basata sugli annunci e senza pensare alle conseguenze. Anche le amministrazioni USA precedenti, hanno preso decisioni palesemente errate – una su tutte, l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan – ma ognuna di queste, per quanto non condivisibili, aveva una sua ratio.

Questo, con Trump, non succede e il rischio che a pagare, ancora una volta, siano Crudi, Siriani e poi iracheni etc. come da 8 anni a questa parte.