“ALLA FINE DELLA NUVOLA” CORTOMETRAGGIO ANTI-FAVOLA SUL NOSTRO PARLARE

DI UGO CASTAGNOTTO

 

Alla fine della nuvola è un cortometraggio di concezione culturalmente rivoluzionaria sul piano del rapporto con il pubblico. Ha la freschezza delle idee nuove. Come si misura la freschezza delle idee? Più che altro è un sentimento che proviamo quando viene da dirsi: “Come ho fatto a non pensarci io?”. La stessa sensazione di scoperta che si prova quando, facendo il pinzimonio con verdure di stagione, viene da pensare:”Però, com’è che non ho mai pensato quanto può essere buono un pomodoro?” Persino un pomodoro può diventare una sorpresa, se non addirittura un sentimento, che deriva dalla novità del rapporto con il pomodoro, che diventa linguaggio.
Quando si inventa un genere nuovo di espressione è difficile definirlo perché, se è nuovo, non assomiglia a niente che c’era già. Se nonsi può stabilire che cosa è una certa cosa, si può soltanto dire che cosa non è. Sarebbe affrettato decidere che Alla fine della nuvola sia un cortometraggio, perché non è un documentario; non si può neanche dire che sia un film, parola che subito fa venire in mente una favola dove le ansie del pubblico, risvegliate dalla suspense, vengono anestetizzate dal la trama che punta come un treno alla stazione del lieto fine sul binario del perbenismo. Alla fine della nuvolanon è il solito pinzimonio. Stiamo assistendo ad un film che ci trasporta verso una meta insolita rispetto a quella rassicurante dei film, dei romanzi, degli spettacoli di consumo.
Alla fine della nuvola si configura subito come un treno senza capostazione, che stenta a prendere una direzione perché tutte presentano dei dubbi. Dubbi che hanno nome e cognome: gli interessi contrastanti della società. Anche il migrante è un fratello, ma è al tempo tesso un avversario nella dialettica della divisione del lavoro. Come si può parlarne? Si può parlarne senza cambiare il modo di parlare di noi ? Con quale linguaggio e con quale vocabolario? Chi mettiamo a guidare il treno delle parole? Verrebbe da dire: mettiamo un prete a fare il macchinista del discorso, la Chiesa è il mediatore dei conflitti che nei secoli ha meglio di tutti messo d’accordo chi saliva sullo stesso treno con l’dea inconfessata di una diversa destinazione.
E invece no. La Chiesa non si presta a diventare un pacificatore bonario, un distributore di eufemismi per coprire la realtà. Il momento di svolta strutturale nella sequenza narrativa del cortometraggio Alla fine della nuvola diventa il momento in cui il prete appone alla porta della chiesa parrocchiale un cartello che annuncia la chiusura del servizio. Come dire: “La Chiesa chiude bottega” o “non è una bottega”. Anche Lutero aveva affisso un cartello sulla porta della chiesa. Come non pensare a Gesù che rovescia i tavolini degli agenti di cambio? Gesti che non si limitano al piano simbolico poiché non si risolvono in una pratica rituale, in una liturgia.
Il prete che chiude bottega, sospendendo l’attività celebrativa della Chiesa, sospende anche il modo convenzionale di raccontare la storia di chi è escluso dalla favola di cui noi spettatori abbiamo bisogno per essere quei personaggi che crediamo di essere. Alla fine della nuvola può essere definito un’anti-favola: anziché farci entrare nella favola, ci fa uscire fuori dalla favola. L’invenzione poetica sta nella presa di posizione politica, che destabilizza l’opera di intrattenimento, il film, in quanto risoluzione di identità di chi vi assiste. Se la nostra identità ha un prezzo, quello del biglietto del botteghino, qual è il prezzo della nostra identità di spettatori della politica? E quale il prodotto?
C’è un detto popolare, per sintetizzare in modo icastico il distacco tra il dire e il fare della politica: “Da che pulpito viene la predica!” Il prete che scende materialmente dal pulpito modifica la sintassi filmica del racconto cinematografico inteso come predicazione. Il prete diventando personaggio si spoglia della propria parola liturgica. E’ la Chiesa stessa che si chiede come diventare società attraverso la parola. Non lo sapeva già? Un conto è affermarlo “a parole”, dichiarando ex catedra, appunto, che il logos si è fatto carne; altra cosa è diventare carne fuori dalla sacralità della predica: discorso che viaggia in un’unica direzione.
Alla fine della nuvola è una viaggio della parola e nella parola. Non a caso il suo punto di partenza ideale è il sagrato della chiesa dove inizia il dialogo in tutte le direzioni, diventando un film sul nostro parlare. L’eroe di questo film è giusto che sia chi non sa parlare. Almeno, chi non sa parlare il linguaggio che serve a coprire la sua condizione di non parlante: l’escluso dalla comunità delle convenzioni linguistiche, dai modi di chiamare la condizione materiale di chi non può neanche ascoltare, che non può dire che non è d’accordo sulle nostre definizioni della sua posizione nel mondo. Non c’è modo migliore di misurare se la parola si fa carne.
Oggi la cultura è contagiata da una malattia infettiva che è il pensiero politicamente corretto, che in Italia viene anche chiamato buonismo. Qualsiasi prodotto culturale è strumentalizzazione politica, a partire da un concerto, da una mostra, da una sagra di paese, dalle forme meno sospette. La prerogativa della propaganda politica è nel fatto di essere linguaggio tautologico. La verità delle affermazioni è nel vocabolario. La tautologia è il marchio di autorevolezza di qualsiasi tipo di predica che cade dall’alto. Dato che alla televisione non possiamo rispondere, è evidente che gli enunciati della televisione nei confronti dell’audience sono come i discorsi dei padroni dei cani ai giardinetti.
In Italia è uscita da non molto la traduzione di un libro del linguista americano Noam Chomsky sull’importanza che la scuola recuperi una funzione critica: cioè non trasmetta soltanto dei dati, ma sia una palestra dove di impara a pensare con la propria testa. La prima condizione è che insegni ai giovani a riappropriarsi del linguaggio con un costante esercizio della parola, cioè del discorso che Socrate chiamava maieutica: il mestiere della levatrice. Il filosofo fa nascere la verità dal dialogo, che è sempre un mettere in dubbio il significato che l’altro attribuisce alle parole.
La verità è una forma aperta di significato. Insegnare è insegnare a parlare. Imparare a parlare è prima di tutto sapere ascoltare. Il filosofo greco Talete di Mileto lo diceva in modo simpatico: “Gli dei ci diedero una bocca sola e due orecchie perché noi parlassimo la metà e ascoltassimo il doppio”. Il senso delle parole che diciamo è anche quello che il nostro interlocutore attribuisce al nostro vocabolario e alla posizione in cui poniamo noi e lui dentro il discorso che gli stiamo facendo. Parlare di qualcuno che non sa parlare la nostra lingua, e quindi non può rispondere, è la sfida difficile che La fine della nuvola ha affrontato con grande delicatezza poetica. A questo punto mi pare persino superfluo aggiungere che Alla fine della nuvola non è un film buonista

Questi i credits

Titolo: Alla fine della nuvola; Paese: Italia; Anno: 2019; Produzione: Centro Studi Piero Calamandrei; Regia Federica Biondi; Genere: cortometraggio; Durata: 14 minuti; Interpreti: Angelo D’Orsi, don Giuliano Fiorentini, Gianfranco Frelli, Francesca Tilio, Riccardo Giulianelli, John C. Eboh; Soggetto: Gian Franco Berti; Musiche: Lucio Matricardi