LA TURCHIA, ERDOGAN E GLI APPELLI AL BOICOTTAGGIO

DI DARIO CELLI

Giusta è l’indignazione per ciò che sta accadendo alla popolazione curda (sulla cui storia vi invito a leggere – più sotto – un interessantissimo pezzo scritto anni fa da Mimmo Cándito su La Stampa che fa capire alla perfezione quanto sia dannatamente complicata la vicenda) ma inviterei ad essere più cauti nell’invocare un po’ superficialmente il boicottaggio economico italiano alla Turchia.
A parte il fatto che questo, semmai, dovrebbe inserirsi in una iniziativa europea, mi permetto di far notare che boicottare la Turchia, partendo dalle sole iniziative economiche italiane in quel Paese, è (ormai) impossibile.

Soltanto le grandi imprese italiane che lavorano e che danno lavoro in Turchia, oggi sono una cinquantina (49, per la precisione, se non sbaglio) e basta leggerne il lungo elenco per comprendere l’impossibilità di un ipotetico “boicottaggio”.

Si tratta, fra le altre, di Fiat, Barilla, Ariston, Assicurazioni Generali, Astaldi Costruzioni, Benetton, Bialetti, Candy, Costa Crociere, Eataly, Ermenegildo Zegna, Ferrero, Finmeccanica (cioè armamenti!), Luxottica, Magneti Marelli, Mapei, Pirelli, Piaggio, Saipem, Salini costruttori e UniCredit…
Ma a queste se ne debbono aggiungere altre 1418, di aziende italiane, medie o piccole, che lavorano in Turchia.
Ma basta rileggere l’elenco di quelle grandi (dal quale, per brevità, mancano i nomi di altre 27 importanti aziende italiane) per capire il motivo della sostanziale impossibilità di un boicottaggio economico italiano.

Senza dimenticare, poi, che la Turchia (che confina ad est con l’Armenia, l’Azerbaigian e l’Iran, e a sud-est con l’Iraq e la Siria) è un enorme cuscinetto fisico (783mila chilometri quadrati!) in grado di contenere/trattenere/disperdere ipotetiche iniziative dell’estremismo islamico.

E tutto questo, lo spregiudicato Erdogan – erede del generale Ataturk, fondatore nel 1923 della moderna Turchia laica nata dalle ceneri del potentissimo Impero Ottomano – ovviamente, lo sa benissimo.
Erdogan talmente spregiudicato dall’utilizzare, in queste ore, proprio unità (allo sbando) di Al Qaeda e Isis questa volta in funzione anti-curda.

E ora, vi prego, dedicate qualche altro minuto, per cortesia, a leggere (qualche post più giù) il magistrale articolo che il grande Mimmo Cándito scrisse qualche anno fa sulla drammatica storia del popolo curdo…
Dove tutto questo appare davvero un problema dannatamente complicato.

“Un fantasma ammazzato da francesi e inglesi 100 anni fa”
La saga di un popolo forte
L’incredibile storia dei Curdi

Un articolo del 2003 tratto da “La Stampa, ci fa ben capire gli sconvolgimenti politici di quell’area in 17 anni, e come la questione curda non possa avere spazio nella politica turca.

Mimmo Càndito
C’È un fantasma che in questi giorni se ne sta sul ciglio delle montagne che s’alzano lassù, nel nord dell’Iraq. E’ un vecchio fantasma, l’ammazzarono francesi e inglesi un secolo fa; e i turchi gli diedero una mano. Ora il fantasma se ne sta seduto su un barile di petrolio; è il suo destino, ma è anche la catena che lo lega per sempre alla imposibbilità d’essere altro che un fantasma.

25 milioni di curdi, ma senza Stato

I curdi sono 25 milioni, abbondantemente più numerosi dei greci, più numerosi anche dei portoghesi, degli svizzeri, degli austriaci. Non diciamo, poi, dei 4 milioni di palestinesi. Ma sono soltanto un fantasma. Uno Stato curdo non esiste, non esisterà mai. Non esisterà mai a meno che quanto sta accadendo ora in Iraq, che sembra proprio una brutta storia, un’avventura che gli americani non riescono a tenere sotto controllo, non si evolva tanto drammaticamente da valere come una bomba atomica messa sotto la vecchia scorza del Medio Oriente: a quel punto, allora, la stessa geografia delle frontiere ereditate dalle Guerre Mondiali del secolo scorso salterebbe in aria, e s’aprirebbe una crisi che gli analisti di geopolitica nemmeno vogliono prendere in cosiderazione, tanto devastanti ne sarebbero le conseguenze.

Il capitano Geoffrey Harkin che comandava lo squadrone di paracadutisti americani tuffati giù sul vuoto di quelle montagne, l’altro ieri, questi problemi nemmeno se li pone. L’ordine che aveva ricevuto era di tenere la posizione nell’aeroporto di Kirkuk, di mettere i suoi uomini in condizioni di schieramento difensivo, e di aspettare nuove disposizioni dal CentCom di Doha. Nord o Sud per lui valgono allo stesso modo: lui deve difendere la pista, quale che sia la minaccia che si presenti sull’orizzonte. Questa «indifferenza», però, non riguarda soltanto una valutazione di tipo strettamente militare; dietro c’è uno straordinario contenuto politico. E se il giovane capitano sa che a lui non deve interessare, il gen. Franks, invece, e tutto il suo staff, sanno benissimo che quella è una patata bollente; e che preferiscono non doversela trovare mai in mano.

Anche per questo hanno mandato Harkin e i suoi 1.000 uomini a paracadutarsi lassù e a tenere ora la posizione, impedendo quasiasi infiltrazione o – come diceva l’ordine di servizio – «un attacco di forze militari, da qualsiasi parte provengano». Che possano essere gli iracheni a minacciare Harkin e l’aeroporto, è un’ipotesi ordinaria in una condizione di guerra guerreggiata qual è questa che si sta combattendo tra Franks e Saddam. Ma appare quanto meno sconcertante che possa essere immaginata una minaccia proveniente da altri, quando questi «altri» sono poi un fedele a garantito alleato degli Stati Uniti, con cui hanno non soltanto il vincolo di collegamento della Nato ma anche la connessione indiretta – e però politicamente molto, molto, rilevante – d’un accordo militare con Israele.

Mai i Turchi accetterebbero uno Stato curdo
che spaccherebbe ogni frontiera intorno

Solo che di quel fantasma i custodi più vigili sono proprio loro, i Turchi, che stanno a un tiro di schioppo da quest’aeroporto di Harkin e mai e poi mai potrebbero accettare che il fantasma riprenda all’improvviso vita, e diventi, magari, un giorno, quello Stato curdo che spaccherebbe ogni frontiera tra Est e Ovest, tra Nord e Sud. Il guaio è che l’altro ieri, quando Harkin si è tuffato giù nel vuoto e ha spedito giù con lui tutti i suoi uomini, ed erano le 2 di notte, e sembrava davvero la guerra, i nemici – quelli veri, non «gli altri» – intanto se l’erano squagliata, arretrando le proprie linee di 30 chilometri. Dal punto di vista militare questa fuga era un gran risultato: all’Accademia militare, Harkin ha studiato anche strategie di combattimento e ricorda bene quello che disse qualche migliaio di anni fa il vecchio Sun Tzu, il nonno di tutti gli strateghi, che non c’è miglior vittoria di quella che si ottiene senza combattere. Lì, all’aeroporto, con quell’atterraggio dei paracadutisti senza nemmeno un colpo sparato a salve, Sun Tzu non avrebbe potuto trovare allievo migliore. Ma quella fuga apriva un problema politico, e questo sì che era drammatico.

Quando gli Usa si impegnavano a controllarli

Perchè, quello spazio che ora si apriva per 30 chilometri, tra la linea di difesa irachena e le avanguardie americane, è un vuoto grande quanto un oceano; e in guerra, un vuoto sul terreno, se non l’occupi tu ci pensa subito un tuo avversario. Questa regola la conoscono benissimo anche i generali turchi, e le loro truppe sono tutte schierate alla frontiera con il piede già pronto sull’acceleratore dei camion e dei blindati, direzione Kirkuk. Finora li ha tenuti fermi l’impegno americano che i curdi resteranno sempre sotto controllo; Franks si è messo la mano sul cuore quando l’ha garantito ai suoi colleghi di Ankara, e il patto tiene. Però, siccome quella regola del vuoto da riempire subito (e prima lo riempi, più grande è il vantaggio che prendi sul tuo avversario), quella regola la conoscono anche i peshmerga curdi, e anche i peshmerga son lì col piede fremente sull’acceleratore dei loro camion e dei loro blindati, allora il rischio è che la tentazione sia troppo forte.

E che o Barzani o Talabani non riescano a trattenersi oltre, e che i loro uomini si proiettino festanti e incontrollabili su quel vuoto, assumendone il controllo militare come una forza di liberazione nazionale. Lo schiaffo in faccia, Ankara non lo sopporterebbe nemmeno per un secondo; un’altra guerra verrebbe allora a sovrapporsi a quella che si sta combattendo contro Saddam.

L’ossessione di “Unicità nazionale” dei Turchi e Ataturk

I turchi, infatti, hanno l’ossessione della «unicità nazionale»: il loro Stato, la loro stessa cultura nazionale, sono costruiti sul dovere assoluto che Kemal Atatürk impose alla nuova Turchia, di non ripetere l’errore che aveva portato alla morte dell’Impero Ottomano. Diceva Ataturk che la Sublime Porta si «suicidò» per non essere stata capace di tenere assieme le cento anime etniche e nazionali d’un impero che andava dall’Atlantico all’Oceano Indiano; il nuovo Stato che lui e i Giovani Turchi facevano nascere sulle ceneri di quell’impero doveva aver ben impressa nel proprio Dna la memoria di quel suicido, e la Turchia ora doveva essere «soltanto turca». Le Forze Armate turche sono, per definizione costituzionazle, i guardiani e i custodi più severi dell’eredità di Atatürk. Una marea di peshmerga che si spande a macchia d’olio sul quel «vuoto» creato dalla ritirata irachena creerebbe seri grattacapi al povero Harkin, e metterebbe subito nei guai Franks a Doha ma anche Bush a Washington.

15 milioni di Curdi sono Turchi

Questi curdi festanti e «liberatori» costituirebbero infatti, nella lettura dei generali, la prima radice di quello Stato curdo che loro, in rispetto al mandato ricevuto dal Padre della Turchia, vedono peggio del fumo negli occhi. La Turchia, infatti, sebbene li chiami «turchi della montagna» e bastoni duramente chiunque osi pronunciare la parola «curdo», ha in casa ben 15 milioni di cittadini curdi, che tiene sotto stretto – anche feroce – controllo militare da quando il trattato di Sévres, del ’20, fu cancellato dalle potenze coloniali inglese e francese, e l’impegno a costituire una «nazione curda» finì quel giorno nel dimenticatoio della Storia.

La verità: i Curdi vivono su un barile di petrolio

Il fatto è che mentre i palestinesi, che pure sono solo 4 milioni anche se già hanno un quasi-Stato, però vivono su una pietraia desertica, loro, i curdi, che sono 25 milioni, vivono invece su un gigantesco barile di petrolio e si sono trovati sparpagliati (da Mr. Sykes e Monsieur Picot, cioè da Inghilterra e Francia) all’interno d’una infinità di frontiere disegnate ex-novo dopo la fine del Califfato: la Turchia, l’Iraq, l’Iran, la Siria, perfino l’Armenia ex-sovietica e l’Azerbajan. Se in Iraq davvero si accendesse la prima scintilla di un «focolare nazionale curdo», allora un sacco di governi si riterrebbe minacciato nelle proprie forntiere da un processo di destabilizzazione che assumerebbe la forza travolgente d’una valanga; e il mondo esploderebbe come dentro il botto di un’atomica. Trascinando con sè l’interno mercato del petrolio. Inaccettabile. Ed ecco perchè, allora, quel fantasma è destinato a restarsene su quelle montagne, osservando con malinconia i paracadute di Harkin che svolazzavano verso terra. A meno che.