LO STERMINATORE DI NANTES HA DEI PRECEDENTI CELEBRI E FORSE SI È ISPIRATO ANCHE A LORO

DI GUIDO OLIMPIO

Credo che il caso più simile sia quello di Bishop, storia al quale ho dedicato (e dedico ancora) lunghe ricerche. Ripropongo qui un mio lungo pezzo. E’ sabato ed avete più tempo.
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BETHESDA (Maryland) — Il tavolo è nell’angolo del ristorante, vicino alla vetrata che guarda su una piazzetta dove si affacciano negozi e uno Starbucks affollato. Siamo al Potomac Village, zona residenziale a nord ovest di Washington. Seduti davanti a me due uomini, pronti a parlare a patto di garantire l’anonimato. Non per ragioni di sicurezza – non esistono pericoli – ma per motivi di opportunità. Uno fa ricerche, quasi per hobby, ma con la tecnica dello studioso. Il secondo ha indossato la divisa della polizia per una vita. I loro sentieri si sono incontrati inseguendo un enigma, sbattendo la testa contro un muro fatto di silenzi, difficoltà obiettive, distanza geografiche e temporali. Con un’aggiunta di teorie cospirative. Visto che il protagonista del mistero è da romanzo: William Bradford Bishop. Un killer capace di sterminare la propria famiglia nel marzo 1976: la madre Lobelia, 68 anni, la moglie Annette, 37 anni, i figli William III, 14, Brenton, 10 e Geoffrey di soli 5.
Ho seguito la storia da vicino. Per la semplice ragione che si è svolta a tre minuti d’auto da dove ho abitato per dieci anni. Sono passato e ripassato nella pacifica Lilly Stone Drive, tra alberi e daini, a Carderock, sobborgo di Bethesda, Maryland. Mio figlio è andata nella stessa scuola di uno dei ragazzi. Però l’ho scoperta quasi per caso. Impegnato in un servizio ad Austin, Texas, ho incontrato un investigatore che, passato al settore privato, non ha mai dimenticato il giallo e mi ha chiesto se “avessi mai sentito parlare di un assassino che potrebbe essere in Italia”. Quell’omicida era Bishop.
Noi sappiamo chi sia il carnefice, non sappiamo la sa fine. Può essere morto. Oppure, all’età di 81 anni, è nascosto in qualche angolo di mondo. Ognuno ha la propria teoria. Compresa l’Fbi che lo ha inserito nei most wanted ed ha offerto, con un ritardo immenso, una taglia di 10 mila dollari. Non è mai troppo tardi e in America, come dimostra ciò che sto per raccontarvi, non dimenticano. Mai.
Il 1 marzo 1976 attorno alle 16.45 William Bishop, diplomatico, lascia l’ufficio al Dipartimento di Stato. “Me ne vado a casa, sto male”, è il commiato. E in effetti, a bordo della sua auto, risale verso Carderock lungo un percorso abituale. Però prima di raggiungere la villetta nel bosco compie tre soste. La prima in banca per prelevare 400 dollari. La seconda nella ferramenta dove compra una pala e un contenitore per il carburante. La terza alla stazione di servizio Texaco, tappa necessaria per riempire la tanca di benzina. Per gli inquirenti è la fase finale di un piano premeditato. Poi come mille altre volte rientra nell’abitazione e aspetta paziente che cali il buio. L’operazione scatta nella notte. L’omicida è selvaggio e metodico, impugna un grosso martello. I primi colpi sono per la moglie Annette, dopo tocca ai poveri figli sorpresi nel letto. L’ultimo assalto è alla mamma non appena torna dalla passeggiata notturna con il cane, Leo. “Riteniamo che la donna abbia visto il sangue della nuora vicino ad una poltrona – spiega uno dei miei interlocutori che ha seguito una parte dell’inchiesta – La poverina ha cercato di scappare chiudendosi nel bagno. Fuga disperata e inutile”. Compiuto il massacro il “tranquillo” Mister Bishop passa alla fase due. Infila i cadaveri nella sua station wagon Chevy Malibou, si mette al volante e guida fino alla Tyrrel County, nella North Carolina. Non proprio dietro l’angolo, visto che dovrà percorrere quasi 500 chilometri. Una galoppata con uno scopo preciso: far sparire i corpi bruciandoli in una zona remota. Il diplomatico è convinto che nulla resterà. Invece, il Diavolo non lo aiuta. Un ranger scorge il fumo, arriva sulla rudimentale tomba con i resti umani, la tanica. Poi c’è la pala, sulla quale è visibile l’etichetta di un negozio di Bethesda. Delitto atroce, al momento inspiegabile e con la necessità di dare un nome alle vittime.
Il calendario ci porta la data all’8 marzo. Un conoscente che vive a Lilly Stone Drive si è insospettivo perché non ha più notato i Bishop. Lui alla mattina che va in ufficio, il giretto della nonna con Leo, i ragazzi. Di solito, in questi sobborghi, le persone non si impicciano, ma qui c’è qualcosa che non torna. E il vicino si rivolge alle autorità. Il seguito è immaginabile, scatta una gigantesca caccia all’uomo: il predatore diventa la preda. Che può essere ovunque. E infatti gli investigatori devono considerare ogni ipotesi con il timore che la pista diventi “fredda”.
Il 18 marzo spunta come dal nulla l’auto di Bishop. E’ Elkmont, Great Smokey Mountains, Tennessee. Sparpagliati tra bagaglio e sedili – riferisce il report di un agente – una valigia, un fucile, una giacca piegata, una ricetta medica per un tranquillante, un pacchetto di biscotti per cani. Cercano testimonianze. Una sostiene che la vettura fosse nel parcheggio dal 7 marzo. La seconda costringe gli inquirenti a piantare un’altra puntina rossa sulla mappa. A Jacksonville, North Carolina. Il titolare di un negozio racconta di aver venduto il 2 marzo un paio di scarpe ad una persona che sembrava Bishop. Era da solo? gli chiedono. Lui risponde: fuori lo aspettava una donna con un cane. Un’indicazione (mai confermata) che farebbe pensare ad una compagna di fuga e a Leo. Un aspirante scrittore, un tipo che da decenni non pensa che a Bishop, aggiunge un dettaglio legato alla pelle scura della ragazza: magari era una persona che il diplomatico aveva conosciuto durante la sua carriera in Africa. Suggestivo ma complicato da provare. E’ inevitabile. Il passato e la professione del presunto killer diventano centrali nell’inchiesta. “Abbiamo ripercorso ogni passo, i contatti, le amicizie – precisa l’ex poliziotto seduto con noi al ristorante del Potomac Village – Speravamo che qualcuno potesse lanciare un gancio e darci una spiegazione”.
La biografia rivela un uomo brillante, con laurea a Yale, buona famiglia alle spalle, ambizioni, brevetto di pilota in tasca e passione per la vita all’aperto. Bishop è versato per le lingue, parla inglese, francese, italiano, spagnolo e serbo-croato. Da militare si occupa di intercettazioni: ascolta da una base in Italia le comunicazioni radio jugoslave. Smessa la divisa, grazie alle sue caratteristiche, è quasi naturale che passi alla diplomazia. Altri diranno “allo spionaggio”. Il lavoro lo porta a Verona, Firenze, Milano. Quindi un paio di anni – dal 1972 al 1974 – in Botswana. La missione africana si conclude con il rientro a Washington, come prevede la “pratica”, in attesa di trasferimenti futuri. Che Bishop desidera con grande forza. Perché gli permettono di avanzare nella gerarchia e gli consentono un salario rassicurante. Solo che i suoi familiari non hanno molta voglia di fare i bagagli in continuazione. “Pensiamo che i contrasti tra le pareti della villetta siano diventati sempre più tesi – è lo scenario dell’ex funzionario -. Sono duri anche i rapporti tra Bishop e la madre. Lei lo aiuta finanziariamente, però è una presenza incombente. E poi c’è lo stato mentale di William, costretto ad assumere farmaci per una brutta depressione”. Condizioni aggravate da una mancata quanto attesa promozione. Probabile che ci siano anche altri problemi, un punto emerso dai racconti di amici, dettaglio da prendere con le molle. La stessa cautela da usare sugli scenari che riguardano l’omicida.
In questi lunghissimi anni gli hanno cucito addosso molti ruoli. Agente Cia, personaggio legato ai neonazisti croati o coinvolto in traffici, una vittima di una vendetta, un diplomatico finito in una trappola ordita dagli 007 dell’Est, un folle. E ogni volta che mi sono imbattuto in una nuova fonte – spesso individui rapiti dal caso e senza alcun incarico specifico – ho trovato spunti. Infiniti, intriganti, inconclusivi. Sarebbe stato interessante dare uno sguardo alla scheda sanitaria di William. Peccato che il medico di fiducia – ormai defunto – non abbia mai voluto collaborare. Perché? Uno dei “segugi” coinvolti nel cold case ha introdotto una variante: “Non sarei sorpreso se tra i due fosse nato un rapporto sentimentale”. Da qui il desiderio di coprire l’amico.
Insinuazioni che non aiutano a scoprire la molla del massacro. Il male può essere anche banale. E dunque ci sta che Bishop, disturbato, alle prese con presunti guai economici, sia “esploso” spazzando via tutti. Una rabbia cieca, che non si è fermata neppure davanti ai figli. E questo percorso tiene fino al delitto, a prescindere dalle cause. Il primo segmento è seguito da un secondo pieno di teorie. Compresa quella spesso accompagna massacri tra le mura domestiche: l’autore non regge all’emozione e si suicida. Probabile che Bishop – suggeriscono – abbia parcheggiato l’auto nel villaggio del Tennessee per poi addentrarsi nella foresta con l’unico scopo di farla finita. Altri ribattono: no, si è trattato di un depistaggio, magari con la sponda di un complice. Manovra per dare tempo al fuggiasco di scappare verso l’estero. In Messico, attraverso il poroso confine sud. In Europa a bordo un mercantile partito dalla costa est. In Canada. Il calcolatore Bishop, sempre in virtù della sua professione, era in grado di procurarsi passaporti “puliti” e di costituirsi un tesoretto all’estero, magari in un conto svizzero, evocato da alcuni.
Sarà la suggestione di queste ricostruzioni, sarà la verità o nulla di tutto questo, resta il fatto che Bishop “rispunta” più volte. Dall’Asia ad angoli sperduti dell’America. Luglio 1978: una signora che avrebbe conosciuto il diplomatico pensa di averlo visto a Stoccolma. 11 gennaio 1979: un impiegato del Dipartimento di Stato lo “incontra” in un bagno pubblico di Sorrento, il fuggiasco reagisce con un “Oh no” e se la svigna di corsa. Settembre 1994: la segnalazione riguarda la Svizzera, Basilea. Su questi avvistamenti come su decine di altri saranno fatti degli accertamenti, mai decisivi. Contraddizioni, incertezze, cambi di versione hanno spesso tolto peso e demoralizzato gli inquirenti. Mai uniti – è giusto sottolinearlo – nelle indagini. Quelli Maryland si sono spesso lamentati di una mancanza di collaborazione piena da parte di Fbi e Dipartimento di Stato, con carte tenute negli archivi, informazioni celate e sottovalutate. Una recriminazione mai svanita, neppure oggi. E che si è portata dietro allusioni e brutti pensieri. Compreso quello che “in alto” abbiano voluto coprire l’assassino. Per imbarazzo o perché c’era una ragion di stato da tutelare. Ed è parso strano che non abbiano esplorato in profondità il carteggio – tenuto nascosto per un lungo periodo – tra l’omicida ed un detenuto, un contatto attraverso il quale Bishop voleva affidare ad un altro la missione di eliminare i suoi. File scoperto negli anni ’90 in un archivio ufficiale. Una delle nostre fonti ha rilanciato il filone italiano: “Conosceva bene la vostra lingua e il paese, quale posto migliore dove nascondersi”. Più che una traccia era un’idea appesa ad un nome incerto, che non può progredire per mancanza di riscontri fattuali. C’è spazio per tutto.
Scopriranno, dopo tanto, che un console francese conosciuto da Bishop durante la sua permanenza a Milano, sarà protagonista di un episodio analogo nel febbraio del 1977. Frustrato a causa del lavoro farà fuori consorte, figli e suocera. Condannato, si impiccherà nella sua cella. Coincidenza cupa. James Bruno, ex funzionario del Dipartimento di diventato giallista, ha scritto un paio di lettere rivolte proprio al latitante invitandolo – se è ancora sulla Terra – a consegnarsi alla magistratura. Il 10 aprile del 2014 l’Fbi ha rilanciato gli appelli ai cittadini affinché diano una mano ed ha aggiunto Bishop alla lista dei super ricercati. Mossa strana, sottolinea chi non ha mai smesso di cercare da quel 1976. Mossa mediatica – accusano – perché sapevano che la rete Cnn aveva pronto un ampio reportage sul killer misterioso. Polemiche che tengono in vita un uomo con un conto in sospeso con la Giustizia e con la sua famiglia.
Guido Olimpio
Aggiornamento: nel settembre 2018 Bishop è stato tolto da lista Most Wanted, forse perché pensano sia morto.