PSICOMAGIA UN’ARTE CHE GUARISCE, IL NUOVO FILM DI ALEJANDRO JODOROWSKY

DI MANUELA MINELLI

“Psicomagia un’arte che guarisce”, probabilmente è l’opera più completa della pratica elaborata negli anni da quel genio di Alejandro Jodorowsky, regista, scrittore, artista, psicomago (che detto così sembra una cosa ridicola, ma che invece è qualcosa di molto serio), psicoterapeuta e sciamano. E’ un film-documentario che documenta, appunto, come la psicomagia può guarire ferite ataviche, che affondano le radici nell’albero genealogico di ognuno, non soltanto nel rapporto con i genitori, ma anche e soprattutto in quelle concatenazioni di storie familiari tossiche e malate, di patologie, errori, violenze, drammi di nonni, bisnonni e trisavoli.

Sono gli stessi consultanti a mostrarsi senza veli, soprattutto quelli dell’anima: dalla ragazza con un mancato rapporto con la madre, alla signora quasi novantenne in fortissimo stato depressivo. E sono gli stessi consultanti, sempre affiancati, spronati, supportati e monitorati da Jodorowsky, a raccontarsi, spesso tra le lacrime, affrontando il proprio problema e il proprio dolore che può averli portati ad ammalarsi, nei casi peggiori anche di cancro, iniziando quel processo di autocura che eviscera il danno attraversandone il dolore. Alejandro li accompagna verso la soluzione, prescrivendo atti definiti di “psicomagia”, assurdi e folli ad occhi esterni, ma che riescono a liberare il coraggioso consultante (il termine “paziente” non è certo contemplato dalla visione jodorowskiana) che vuole davvero liberarsi del peso che gli avvelena la vita, dapprima tirando fuori il dolore, quindi attraversandolo, per poi seguire le indicazioni, sino alla liberazione finale e ad una nuova, più leggera e serena esistenza.

“Psicomagia un’arte che guarisce” non è un film per tutti. Prodotto infatti in crowdfunding poiché, come per tutti i film del genio cileno, è sempre difficile trovare produttori cinematografici coraggiosi che hanno voglia di investire perché “ci credono”, è stato un progetto che ha impiegato qualche anno per venire alla luce. Ma anche perché nella visione di Jodorowsky l’operazione è collettiva, in quanto collettivo è lo sforzo dell’umanità per emanciparsi, svincolandosi da ogni legame, dipendenze e convinzioni tossiche e distruttive.

Alejandro Jodorowsky a 91 anni appare quanto mai energico e lucido. Coadiuvato da due assistenti, dispensa una sconfinata empatia verso chi si rivolge a lui, infondendo sicurezza e conforto attraverso abbracci, toccando, massaggiando e pronunciando  con estrema dolcezza o – secondo le fasi della seduta e anche secondo chi si trova di fronte – imponendosi con tono determinato, frasi che contengono quelle parole chiave capaci di aprire porte chiuse con numerosi e pesanti chiavistelli, le cui chiavi sono state rese inaccessibili dallo stesso consultante che, finalmente, decide di affrontare i propri demoni interiori. Andare a recuperare quelle chiavi prevede un viaggio all’interno di sé che non è proprio una passeggiata spensierata.

Come sempre accade per i libri e i film di Alejandro, l’empatia e le emozioni attraversano lo schermo, fino a propagarsi tra il pubblico che affolla le rare sale, coraggiose anch’esse, che hanno deciso di mettere in programmazione il film. E così le persone si rispecchiano in parecchi, o anche in uno soltanto dei consultanti, soffrendo e gioendo con lui, commuovendosi e ridendo (Alejandro sa essere anche molto simpatico!) e, certamente, portandosi a casa molta roba di quella che passa sullo schermo.

E’ un film che va visto con la pancia più che con la testa – afferma Giuseppina –  insegnante yoga – appena uscita dal cinema.

Le fa eco Nicoletta: come sempre Alejandro attraverso la levità della poesia riesce ad arrivare nel profondo di ciascuno. Gli atti sono veri come le persone che li attuano, e questo ti tocca dentro. Ciascuno di loro potresti essere te.

Beh…sì…in effetti è un film forte – ci dice Roberto, scrittore e poeta – Forse proprio perché ognuno di noi può riconoscersi in quelle dinamiche.

Anche a Susanna, impiegata, è piaciuto, ma se non mi ci avesse portato un’amica non l’avrei visto perché non è pubblicizzato.

Non solo non è pubblicizzato, ma per vedere “Psicomagia, un’arte che guarisce” uscito in Francia il 4 Ottobre, arrivato in Italia soltanto l’8 e a Roma il 10 (esclusivamente al cinema Farnese e fino al 17 ottobre), è necessario prenotarsi, perché, proprio a causa  della rara diffusione e perché i fan di Jodorowsky sono un popolo, non sempre si riesce ad entrare in sala. Qualcuno in un cinema di Firenze l’ha perso pensando che non fosse necessaria la prenotazione.

Le tipologie cliniche affrontate nel film vanno dalla paura del buio, al cancro alla laringe, dalla rivalità di due fratelli per accaparrarsi l’amore della madre, al dolore di una quasi sposa il cui fidanzato si è suicidato di fronte a lei lanciandosi dal piano più alto di un palazzo. C’è la coppia in profonda crisi che guarisce separandosi amorevolmente, la ragazza che finalmente riesce a diventare madre, il giovane omosessuale che vive male la sua condizione e il musicista di fama con un irrisolto rapporto col padre, artista anche lui. E molti altri casi che dimostrano come con l’ascolto, il tocco, l’abbraccio, l’empatia e, infine, il compimento dell’atto prescritto da Jodorowsky, si può guarire qualsiasi male.

Jodorowsky insegna che guarire è diventare sé stessi, arrivando alla bellezza.

E’ pressoché impossibile essere sé stessi – ha affermato – perché, in generale, noi siamo quello che la nostra famiglia, la nostra società e la cultura hanno voluto che fossimo. Siamo scollegati dalla nostra essenza, da ciò che potremmo definire come il nostro “essere essenziale”.

Se, ad esempio, ho un nodo sadomasochista, potrò guarire quando la mia violenza si porrà al servizio degli altri e si trasformerà in qualcosa di utile. Sempre facendo un esempio, potrei diventare un grande chirurgo.

E quand’è che una persona può considerarsi completamente guarita?

Più che guarita, entra in uno stato di guarigione permanente. Smette di ripetere le stesse dinamiche perverse da cui scaturiscono gli stessi sintomi, lascia la nevrosi della ripetizione.

Malvisto dai tradizionalisti e dai benpensanti, accusato di eresia, follia e considerato un’artista strambo, visionario e paradossale, Alejandro Jodorowsky ha perfezionato nel tempo terapie artistiche che parlano all’inconscio e che per guarire possono servirsi di erbe, ortaggi, alberi, colori, vernici, terra, farina, sangue, catene, stoffe, olio, trasformando l’atto in una vera e propria forma d’arte surreale.

In “Psicomagia un’arte che guarisce”, si assiste a veri e propri interventi chirurgici per la psiche, in cui è facile riconoscere concetti di altri capolavori dell’artista cileno, soprattutto “Santa Sangre”, “La danza della realtà” e “La montagna sacra”.

Ci sarebbe ancora tanto da dire sul mostro sacro Alejandro Jodorowsky, il cui figlio Cristobal, ne ha raccolto l’eredità psicosciamanica e terapeutica, pubblicando “Il collare della tigre” e tenendo conferenze, seminari e workshop in tutto il mondo.

Ieri sera in sala c’era gente che prendeva appunti perché, oltre ad artisti di vario genere, molti dei seguaci delle teorie e delle pratiche jodorowskiane, sono medici, psicologi, counselor, omeopati, psicoterapisti, osteopati, terapeuti, che si sono distaccati dalla tradizionale medicina allopatica, riscoprendo quello che è alla base di qualsiasi processo di guarigione e che si potrebbe riassumere con un termine semplice e antico quanto il mondo: l’Amore verso il prossimo.