ROBERTO BAGGIO, PETER HANDKE E IL CALCIO MIGLIORE

DI DARWIN PASTORIN

Bravi gli azzurri (anche in maglia verde): battono 2-0 la Grecia all’Olimpico (Jorginho su rigore, Bernardeschi) e si qualificano, con tre turni d’anticipo, all’Europeo 2020. Una marcia trionfale, 21 punti e, soprattutto, un futuro luminoso spalancato davanti. Merito del lavoro, delle scelte, della competenza di Roberto Mancini. E che bellezza il ritorno di Luca Vialli in nazionale!

E a proposito di azzurri, ieri è ricomparso sulla scena (al bellissimo Festival dello Sport di Trento) anche il riservatissimo Roberto Baggio, fuoriclasse sempre e per sempre. E lo ha fatto a modo suo, con parole giuste e un oceano di emozioni. Soprattutto nel ricordare quel tiro dagli undici metri spedito sopra la traversa 25 anni fa, nella finale con il Brasile al mundial americano, allo stadio “Rose Bowl”, di Pasadena. Il miglior calciatore della competizione, con il centravanti brasileiro Romario, diventava, in quel preciso istante, tra la gioia e l’incredulità del portiere verdeoro Cláudio Taffarel, in ginocchio a ringraziare tutti i santi, il nostro Achille. Fu l’errore decisivo di un match deludente, senza passioni. 0-0 i tempi regolamentari, 0-0 i supplementari, poi l’epica dei penalty, sotto quell’assurdo caldo californiano. Tutto terminò, così: con lacrime di Roberto, consolato da Gigi Riva, il breriano “Rombo di Tuono”.

Il Divin Codino ha rivelato che, prima di addormentarsi, pensa spesso a quella conclusione fallita. È la sua ossessione, il suo rimpianto, il suo tormento. Mai aveva calciato un rigore alto: proprio lui, uno dei più lucenti artisti del football internazionale, un numero 10 dotato di classe e fantasia; e una persona straordinariamente perbene. Pasadena non cancellerà mai le mille e mille prodezze di questo formidabile asso della pelota.
Baggio ci ha svelato, dunque, l’angoscia del dopo rigore, quando la possibile gioia si trasforma in incubo. Un incubo che dura all’infinito.
Peter Handke, invece, contestatissimo Premio Nobel per la Letteratura 2019, raccontò l’angoscia del portiere prima di un penalty (“Prima del calcio di rigore”, traduzione di Bruna Bianchi, Feltrinelli, prima edizione novembre 1971). Il protagonista di questo palpitante giallo-psicologico è l’elettroinstallatore Joseph Bloch, “che era stato un portiere di qualche fama”. Bloch uccide una donna e poi comincia a vagare, allucinato e smarrito, per Vienna. Fino a fermarsi a un campo di football, prima di un rigore.
“Il portiere si domanda in quale angolo l’altro tirerà,” disse Bloch. “Se conosce il tiratore, sa quale angolo si sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che, oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via, e così via.” Bloch vide che a poco a poco tutti i giocatori uscivano dall’area di rigore. L’incaricato del calcio di rigore si aggiustò il pallone. Poi arretrò anche lui fino a uscire dall’area di rigore. “Quando il tiratore prende la rincorsa, il portiere indica involontariamente col corpo, poco prima che il pallone sia calciato, la direzione in cui si getterà, e il tiratore può tranquillamente calciare nell’altra direzione,” disse Bloch. “Il portiere avrebbe altrettante probabilità di sbarrare una porta con una pagliuzza.” Improvvisamente il tiratore si mise a correre. Il portiere, che indossava un vistoso maglione giallo, rimase perfettamente immobile, e l’incaricato del calcio di rigore gli calciò il pallone nelle mani”.
Il calcio di rigore è una meravigliosa e spietata e sorprendente metafora della vita.