IL “SACCO” DEL GHETTO EBRAICO DI ROMA. OGGI, 1943

DI CLAUDIA SABA

L’inferno si fermò a Roma,76 anni fa.
Era il 16 Ottobre 1943 quando
1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine, vennero catturate e deportate ad Auschwitz.
Quasi tutte di origine ebraica.
Alcuni vennero rilasciati.
Per 1023 di loro, invece, inizio’ il cammino verso la morte nei campi di sterminio nazisti.
Alla fine, di superstiti, se ne contarono soltanto 16.
Tra loro una donna, Settimia Spizzichino.
Il 24 settembre, Himmler aveva inviato un telegramma segreto al colonnello Kappler:
“Tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. Il successo dell’impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa”.
Fu così che il 14 ottobre, Kappler, ordinò il saccheggio di due biblioteche della Comunità ebraica e del Collegio rabbinico.
Due vagoni ferroviari diretti in Germania, portarono via gran parte del materiale culturale.
Gli agenti di Kappler, invece, presero tutti gli elenchi di nomi e indirizzi, degli ebrei romani.
Una lettera al comandante del campo di sterminio di Auschwitz, Hoess, inviata dal tenente colonnello delle SS, lo avvisava che a breve, avrebbe ricevuto un altro carico di oltre 1000 ebrei italiani.
A loro, avrebbe dovuto riservare un “trattamento speciale”.
Nulla sarebbe tornato più come prima.
Si toccò il punto più basso di un passato che, a voltarsi indietro, è ancora lì.
Dietro l’angolo delle nostre memorie.
Milioni di ebrei, vennero sterminati e segnati da un marchio.
Sei numeri, bruciati sulla pelle viva.
Solo 73 uomini e 28 donne, tornarono indietro.
Nessun bambino tornò più vivo da quell’inferno