LA POESIA DI VITTORIO SERENI

DI VANNI CAPOCCIA

 

Vittorio Sereni (Luino, 27 luglio 1913) durante gli anni dell’università frequentò un gruppo di giovani intellettuali che riconoscevano nel filosofo Antonio Banfi la loro guida. Tra essi Antonia Pozzi, Luciano Anceschi, Raffaele De Grada, Daria Menicanti. È riconosciuto capostipite della corrente di poeti della cosiddetta “Linea Lombarda” che cercava di recuperare il rapporto tra poesia e realtà.

Appare centrale, nella sua poesia, la prigionia in Algeria e Marocco tra 1943 e 1945 dalla quale nasce “Diario d’Algeria”. Una raccolta dove la tragedia personale dell’uomo condannato alla segregazione da una guerra insensata diventa simbolo della crisi di un’intera generazione e di un’epoca. Poesie che evidenziano le condizioni di miseria e di prossimità alla morte dei prigionieri. Un luogo dell’oblio la prigionia, un “girone grigio” nel quale gli sconfitti che “Non sanno d’essere morti” intravedono nel loro doloroso torpore una possibile speranza: La città di Orano. Calda, agognata prima meta della sperata liberazione “ Corre un girone grigio in Algeria / nello scherno dei mesi / ma immoto è il perno a un caldo nome: ORAN”.

Lo stesso rimpallo dall’esperienza individuale alle grandi vicende della storia si ritrova ne “Gli strumenti umani”, per Franco Fortini uno dei libri di poesia più impegnativi e densi del secondo dopoguerra. Sereni vi descrive i suoi mancati appuntamenti con i fatti fondamentali della vita e si ricorda delle persone finite prigioniere nel grigio e nell’oblio della storia. In Amsterdam rivolge il suo pensiero agli sconosciuti morti nei campi di concentramento, “ai tanti / che crollarono per sola fame /senza il tempo di scriverlo”.

Per strumenti umani si deve intendere quelli scientifici e meccanici, tanto è vero che la maggior parte delle poesie sono ambientate, fisicamente e moralmente, in Lombardia e Milano. Milano la città dell’economia e dell’industria. Dei tram e delle nebbie “Le portiere spalancate a vuoto nella sera di nebbia / nessuno che salga o scenda, se non / una folata di smog la voce dello strillone…”

Luoghi dove Sereni porta la sua dolorosa incertezza di uomo che si sforza di capire e d’adeguarsi. In “Intervista a un suicida” cerca di comprendere anche il suicidio di un amico; “perché l’hai fatto?” la risposta a questa domanda sono frammenti di memoria: la guerra (La porta carraia), il fallimento della famiglia, il cane morto, l’accusa di furto in Comune la conclusione è affidata a un endecasillabo di drammatica potente bellezza che inchioda al gorgo dov’è sprofondato l’amico “nulla nessuno in nessun luogo mai”.

Un libro, “Gli strumenti umani”, nel quale l’esigente visione del mondo, la sofferta posizione nella società inducono Sereni a considerazioni amare (Non lo amo il mio tempo, non lo amo) che ben rispecchiano la delusione per la sconfitta degli ideali di giustizia sociale in Italia e nel mondo e l’impossibilità di inserirsi nel corso della storia, come se la condizione di prigioniero fosse per lui permanente. Una disperazione di fondo alla quale fanno da controcanto scatti di serenità che illuminano alcuni versi con sentimenti d’amore e d’amicizia che rendono Vittorio Sereni umanissimo e tanto simile a noi: “Con non altri che te / è il colloquio”; *Ma dimmi una sola parola / e serena sarà l’anima mia”; “Invece ci siamo tutti proprio tutti / E solo adesso, con te, / la tavolata è perfetta sotto queste pergole”.