MEZZOGIORNO DI FUOCO. FORSE

DI GIORGIO LEVI

La stucchevole discussione sugli affari della famiglia De Benedetti per fortuna non decolla. Sì, ne parlano un po’ tutti ricicciando chiacchiere già ricicicciate mille volte. De Benedetti (Carlo) si mette di traverso a De Benedetti (Marco, capo di Gedi) e a De Benedetti (Rodolfo, capo di Cir). E qui c’è già tutta la storia.

Il vecchio Carlo si è vieppiù inacidito con gli anni. Nell’intervista di qualche settimana fa alla Gruber (La7) non ha mostrato la dentatura ferina, ma ci siamo andati vicini. Per papà Carlo quei due figli sono degli incapaci. Fanno di tutto per lasciarsi sfuggire di mano La Repubblica, il suo gioiello, la sua amata, il suo rimpianto. Carlo, senza mai nominarlo, fa fare la figura del babbione anche all’ex direttore Calabresi. Insomma, così non va. All’anziano di famiglia non importa una cippa del Gruppo Gedi (StampaSecolo e aggregati vari), lui soffre per Repubblica. E’ lei che vuole. Per un anno non parla con i figli nemmeno al telefono, poi decide  che deve salvare l’amatissima dalle tenebre, dove la stanno infilando quei due.

Così, fa questa proposta di acquisto di azioni del Gruppo.  Naturalmente agisce attraverso la sua controllata al 99% SpA Romed. L’offerta di acquisto cash si colloca al 29,9% delle azione Gedi Spa (Gruppo Espresso) al prezzo di chiusura di giovedì scorso, e cioè euro 0,25 ad azione. E bon. Chi vuole capire capisca. Infatti, in una lettera firmata dal presidente di Romed Luigi Nani si legge: “I componenti il consiglio di amministrazione di Gedi di nomina Cir rassegnino le proprie dimissioni entro due giorni lavorativi dal trasferimento delle azioni oggetto della presente offerta alla nostra società, ad eccezione dell’ing. John Philip Elkann e del dr. Carlo Perrone che potranno mantenere le attuali cariche e gli attuali poteri – e che, per le residue azioni che resteranno di sua proprietà, Cir si impegni a distribuirle ai propri soci (ovvero ai soci della società riveniente dalla fusione Cofide/Cir) entro un anno dal trasferimento delle azioni oggetto della presente offerta alla nostra società. Vi saremo grati se vorrete sottoporre la nostra proposta al vostro prossimo consiglio di amministrazione, rimanendo la presente offerta irrevocabile efficace fino al termine del secondo giorno di Borsa aperta successivo alla data dello stesso”.

Nonno Carlo stringe al petto virtuale gli affranti figli e li saluta. Salva dal terremoto azionario (Cir 43% della società che passerebbe a Romed) soltanto John Elkann (Exor, 5% del capitale) e il mai dimenticato Carlo Perrone (5%). Perché lo fa? E’ il punto su cui corrono le più disparate analisi. La più gettonata è che Carlo, in un secondo tempo, indichi la porta di casa anche a John e al Perrone: “Prendetevi tutta Gedi e lasciatemi Repubblica”. Solo io so come rilanciarla. Confermando al vertice il direttore Carlo Verdelli, del quale l’anziano Debe ha grandissima stima.

Allora, l’altra domanda assillante è: ma davvero John Elkann potrebbe riprendersi il giornale che aveva celermente mollato ai De Benedetti appena un paio d’anni fa? E con chi stringerebbe un patto societario così scellerato, visto che i conti della Stampa e di Gnn (società di Gedi) in generale traballano, le vendite pure e la pubblicità non parliamone? Sempre i soliti maneggiatori di rumors sostengono che potrebbe trovare una sponda in Luca Montezemolo e Falvio Cattaneo. A inizio anno si era parlato anche dello scarparo Diego Della Valle, che vede gli Agnelli come fumo negli occhi. La vicenda Corriere della Sera dice niente? Altri hanno indicato Xavier Niel (presidente Gruppo Iliad), vecchio amico di John. Circolano altri nomi ancora, la verità è che non c’è niente.

Nel frattempo Rodolfo qui dice che l’offerta del suo papà è “inaccettabile”. E il paparino risponde: “Trovo bizzarre le dichiarazioni di mio figlio Rodolfo. La gestione sua e di suo fratello Marco ha determinato il crollo del valore dell’azienda e la mancanza di qualsiasi prospettiva”.

Le bastonate di Carlo sulla testa dei figli non devono però distrarre dalla realtà, che è molto complicata. I giornalisti della Stampa hanno appena concluso due giorni di sciopero, stanchi di vedere ignorate le loro richieste e per l’atteggiamento provocatorio dell’azienda che ignora accordi sindacali già firmati.  In genere alla fine del primo giorno l’editore richiama il Cdr e chiede di sospendere lo sciopero, a fronte di un nuovo tavolo di trattativa. Qui non è successo. E questo è un pessimo segnale. Vuol dire che De Bendetti (Marco) non ha niente da offrire, nemmeno il rispetto degli accordi già presi. Come andrà a finire non si sa. Certo è che per risanare i conti c’è una sola via: tagliare. Tagliare, tagliare, per chiunque si compri questo giornale.

Mezzogiorno di fuoco. Forse