UN MARE DI VERGOGNA

DI ANNA LISA MINUTILLO

 

Come pensavate si morisse annegati? Sorridenti, rilassati, oppure disperati?
Disperati perché ancora poche miglia e sarebbe stata salvezza, disperati perché fuggiti da una situazione già di per sé disperata, disperati perché vedi tuo figlio morire con te.
È fredda l’acqua, è buio e profondo il mare, pochi attimi, tutto cambia forma, annaspi e cerchi di respirare, stringi a te il tuo bene più caro, quella creatura a cui, solo pochi mesi prima hai dato la vita, e ti senti impotente.
Vorresti urlare tutto il dolore del mondo ma cerchi di non far agitare il tuo piccolo e lo stringi forte, lo racchiudi in quell’abbraccio che vi trascina verso il fondo.
Pochi istanti, gli racconti una fiaba. Oppure gli canti la ninna nanna, quella che vi farà addormentare insieme per l’ultima volta.
Vi custodisce il mare, vi rapisce da sguardi indiscreti, vi culla in queste acque che non sono state buone con voi.
In pochi minuti a 60metri di profondità ed a trecento metri dall’accaduto, quando sprofondare vuol dire, non riuscire più a risalire.
È così che dopo giorni di ricerche, le dodici persone mancanti all’appello dell’ennesimo naufragio, sono state ritrovate. E ora, solo ora, suscita tenerezza, dispiacere, pietà, l’immagine di questa madre annegata, stringendo a sé il suo bimbo.
Sarà pieno di madri che abbracciano figli questo mare, sarà pieno di storie spezzate, di guerre lasciate, di affetti perduti, di vita non vissuta.
Ma sarà anche pieno di vergogna, per ciò che non riusciamo a fare, per ciò che siamo diventati, per quanto avremmo potuto fare.
Non c’è rispetto neanche per la morte che viene spettacolarizzata, si diffondono le immagini di quel cimitero azzurro, quasi come se non bastasse solo sentirne parlare per rendersi conto di ciò che voglia dire, morire così..
Una vergogna tutta italiana, che si unisce al distacco delle istituzioni nel giorno dei funerali dei tredici ritrovati.
Bare con numeri al posto dei nomi, bare che nessuno è riuscito a guardare per chiedere scusa, per dire mi dispiace, per recitare una preghiera.
Oggi tutti buoni, tutti toccati nel profondo, tutti gli stessi ipocriti di sempre.
Oggi già, ma domani tutto tornerà alla normalità.
Vi dimenticherete velocemente, come avete fatto quando il mare ha restituito, tra i tanti corpi quello di un bimbo di tre anni, a cui avete dedicato molte parole, salvo poi, giudicarne l’abbigliamento, poche ore dopo.
Il paese dei buoni a spot, non lo dimentichiamo…
Possa questo mare sommergere questi atteggiamenti, possa diventare culla per quanti ancora non sono stati ritrovati, possa avere pietà, almeno lui, nel non separare chi si amava e lo ha fatto fino a morire.
Possa avere fine la finta pietà, perché non è di questo che ha bisogno chi fino a pochi istanti prima, consideravate un invasore, qualcuno che vi porta via il lavoro, a cui tutto è permesso, pacchia compresa.
Raccontatelo ora di questa pacchia che, fortunati voi, non riuscite neanche ad immaginare, tanto da doverla violare per rendervi conto di cosa voglia dire morire in mare…

 

© foto limian