E’ MORTO UN CLOCHARD, SU UNA PANCHINA. AVVOLTO NEL VUOTO DEI SUOI INCUBI

DI CLAUDIA PEPE

È morto stroncato da un malore. E’ morto un clochard biscegliese di circa 60 anni, trovato senza vita poco dopo le 6 di mattina di giovedì 17 ottobre in piazza Diaz, a pochi metri dalla stazione ferroviaria.

Quando ero precaria e ogni mattina prendevo la corriera alle cinque del mattino, trovavo un uomo e il suo bagaglio di cose regalate e trovate. Forse sorprese nei cassonetti. La borsetta di plastica con dentro le sue coperte e le scarpe grosse per quando non sentiva più i piedi, un pezzo di pane per quando non aveva da mangiare. La gente, in quella sala d’attesa lo guardava con uno sguardo che nega ogni possibilità di esistere e di far rumore. Era un uomo che si faceva guardare ma che la gente non voleva vedere. Il mio amico non ha mai chiesto elemosina, nessun commento permeava le sue labbra disfatte dal sole e dal gelo. Nulla usciva dalla sua bocca sempre serrata in una maschera di dolore. Muta nel modellarsi dei suoi sentimenti. Tutte le imprecazioni, i commenti e i rifiuti di uomini che vanno Messa la Domenica, per lui erano forse necessari per sentirsi sicuro, per potersi rifugiare nella ragione degli ebbri. Perché essere un “barbone” è l’accettazione e forse la speranza di non essere riconosciuti, di passare inosservati, di mimetizzarsi tra le mille maschere della gente. Vivendo sempre di fianco ma sempre con gli occhi che guardano lontano. Il mio amico trascinava lentamente la sua follia con ordinata intelligenza senza disturbare nessuno, con le sue poesie e i suoi occhi che quando ti guardavano, provavi un brivido lungo la schiena e non potevi evitare la sua imperante fierezza. Avevi paura di trovare qualcosa di te stesso dentro le sue nocche gelate. E ti ricordavi di quelle persone di cui narrano i vangeli, quelle che portano la croce conoscendo la buona novella. Quelle persone di cui tutti raccontano ma pochi sfiorano. Uomini che la loro vita non l’hanno delegata a nessuno, ma portano il loro bottino di visioni deformate, e le narrano ad un coperta che avvolge i loro segreti.

Nelle sue mani che sfioravo con dolcezza, trovavo tutta l’essenza dell’umanità, quella di cui tutti abbiamo bisogno. Ascoltavo la sua calma e la sua tolleranza che ti fa vedere un mondo diverso, privo di tutto e pieno di passioni. Un profumo remoto nelle pieghe della memoria. Lui era per me musica. Una musica mesta ma fiera che suona con una corda sola, capace di racchiudere tutte le armonie che ci possono aprire all’universo. Sono sicura che ora è riuscito a raddrizzare la sua schiena schiacciata dai venti del mondo.
Non so se sia morto, non era nessuno, non aveva niente, non voleva niente. Vorrei aver avuto un suo abbraccio. Uno scambio della pace che non conosce differenze, ma solo occasioni per appoggiare la mia testa accanto alla sua. Non l’ho più visto. Spero che ora sia libero di cullarsi nelle sue favole.

E’ morto un clochard, aveva 60 anni ed è morto su una panchina. Avvolto nel vuoto, nelle stelle e nei suoi incubi.