FEMMINICIDI, CODICE ROSSO NON BASTA, SERVE CERTEZZA DELLA PENA

DI CLAUDIA SABA

Annamaria, Teresa, Valentina, Miriana.
E ancora Sonia, Mihaela, Zinaida.
L’ultima, Giulia, è morta ieri.
Sono alcune delle donne vittime di femminicidio, dal primo ottobre a oggi.
Loro non sono soltanto nomi.
Sono donne, mamme e figlie, uccise da compagni, padri e mariti.
Per gelosia o per rabbia, per crudeltà o vigliaccheria.
Perché non accettavano la fine del rapporto.
Eppure, nonostante si sia molto legiferato sul tema, la violenza di genere miete sempre più vittime in ogni parte d’Italia.
“Da quando è stato varato il Codice Rosso, le donne che continuano ad essere uccise sono tantissime: una media di una ogni due giorni. La legge è un segnale culturale ma, senza investimenti, non risolve i problemi”, dicono gli avvocati matrimonialisti.
Per Gian Ettore Gassani, presidente dei matrimonialisti (Ami), ” Il Codice Rosso non potrà mai portare davvero risultati se i centri antiviolenza chiudono e se la pianta organica dei magistrati vede una carenza di almeno 2 mila unità”.
Aggiungerei, Centri antiviolenza veri, e non solo di facciata.
I giudici mancano, questa è una realtà.
E quando i reati da perseguire sono troppi, per un magistrato diventa praticamente impossibile ascoltare una donna entro tre giorni.
Leggi ben fatte, per contrastare la violenza, ce ne sono.
Ma il più delle volte non vengono applicate.
E ciò non garantisce certezza della pena.
Un condannato per femminicidio difficilmente sconterà tutti i suoi 25 anni.
Dopo soli tre anni si rischia di ritrovarselo davanti, già libero di muoversi.
Ma c’è dell’altro.
Nei femminicidi, le attenuanti si sprecano.
Lei, la vittima, lo ha provocato.
Lui, era depresso.
Impeto di gelosia.
E però lei aveva un altro.
Ecco, sono queste le attenuanti per lui, che non attenueranno i crimini contro le donne.
Non basteranno solo leggi severe a fermare la violenza.
Vanno inasprite le pene.
Concesse meno attenuanti di “genere”.
Vanno cancellati i pregiudizi contro le donne, con una nuova educazione.
È la cultura del maschio, dilagante anche tra le donne, che ancora oggi, giustifica il femminicidio.