BREXIT E CATALOGNA PROVE GENERALI PER L’EUROPA DEI PROSSIMI CENTO ANNI

DI GIANLUCA CICINELLI

Proviamo a capire il motivo per cui la Brexit è diventata una metafora centrale della politica sia per i fautori che per i nemici della Unione Europea. Al centro della questione c’è la funzione del popolo nelle democrazie contemporanee. Perché anche noi europeisti convinti non possiamo dimenticare che il Regno Unito ha votato con un referendum legittimo e democratico a favore dell’uscita dall’unità politica con sede a Bruxelles. Può non piacerci, ma questa è la democrazia: la maggioranza più uno dei voti. Se si mette in discussione questo principio si mette in discussione anche la natura democratica dell’Unione. Ed è esattamente quello che sta avvenendo sia nel Regno Unito, dove il Parlamento sostanzialmente si contrappone alla decisione popolare cercando o d’impedire o di rendere meno traumatica la fuoriuscita di Londra dalla U.E., sia in molte aree dell’Europa come la Catalogna, dove la politica, una volta incassati i voti dei cittadini, ne devia le intenzioni verso approdi non in linea con la volontà popolare.

Per popolo oggi s’intendono da una parte i cittadini di uno stato, nell’interpretazione progressista illuminista della modernità dello Stato basato sulla divisione nei tre poteri classici, dall’altra una sovranità popolare che vuole esercitarsi senza considerare i confini fissati dalle Costituzioni che regolano il funzionamento dello Stato. Nel secondo caso parliamo di “populismo” e “sovranismo”. Prendiamo la Costituzione italiana che nell’articolo 1 spiega con precisione come “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Nelle forme e i limiti della Costituzione. Questo significa che, restando in Italia, ci sono delle questioni su cui il popolo non può votare, ad esempio i trattati internazionali. Non significa che il popolo non abbia voce in capitolo sui trattati internazionali.

Significa che quando si vota per eleggere il Parlamento il popolo potrà votare anche quei partiti che vogliono modificare la Costituzione in alcuni punti. Si dà cioè mandato a onorevoli e senatori, con una maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento, come è avvenuto proprio di recente con la legge sulla riduzione dei parlamentari, di modificare delle norme che non riguardano semplicemente una maggioranza del 50% più uno dei votanti ma l’intera popolazione. Un principio democratico eccellente che impedisce di bloccare il funzionamento dello Stato e di modificare le norme a ogni cambio di governo. Una norma che ci garantisce tutti. Il populismo o sovranismo vorrebbe invece furiosamente far intervenire il popolo su tutto. Un principio soltanto in apparenza più democratico, ma che, agitando il falso mito della maggioranza semplice su norme che riguardano anche gli avversari politici, si trasformerebbe nella morte della democrazia.

Non è così nel Regno Unito. Là, come sappiamo, non esiste la Costituzione intesa come un singolo documento, esistono una serie di statuti, trattati e decisioni giuridiche a cui si affiancano le prerogative della casa regnante. Presenta quindi una serie di norme che non essendo codificate non possono essere abrogate. Questa caratteristica, in contrasto con le costituzioni europee, che impedisce come conseguenza l’esistenza di un elemento definitivo per dirimere le questioni equivalente alla nostra Corte Costituzionale, ha da sempre rappresentato un problema giuridico importante nei rapporti tra il Regno Unito e la maggior parte delle nazioni dell’Unione. Tuttavia il pilastro fondamentale dell’amministrazione dello stato consiste nella sovranità del Parlamento. Quindi anche le leggi votate in Parlamento con una maggioranza semplice hanno valore di legge costituzionale e non c’è differenza tra legge ordinaria e legge costituzionale.

Le forzature sulla Brexit proposte in questi giorni dal premier Boris Johnson, a cominciare dal tentativo di chiudere il Parlamento stesso, non sono quindi al di fuori della legge ma della consuetudine, che è un principio molto diverso e molto pericoloso proprio perché non c’è una regola violata, non è “incostituzionale”, come non lo è la tradizione che vuole la monarchia non opporsi mai alle decisioni del governo in carica, perché non è un’istituzione di bilanciamento tra poteri dello stato. Il funzionamento dello stato nel Regno Unito è quindi fondamentalmente politico e non istituzionale e questo ha favorito l’avvento di politici senza scrupoli come Nigel Farage e Boris Johnson, i “falchi” della Brexit. Un sistema anacronistico insomma, che scricchiola ogni giorno di più avvitandosi su se stesso, ma offrendo anche l’emblema stesso del paradosso dei populisti che sguazzano proprio in questa mancanza di regole democratiche certe.

La Brexit quindi costringe gli analisti e i politologi a porsi domande che riguardano l’intero vecchio continente e non soltanto il Regno Unito. La dicotomia della “piazza” contro le “elites” è una contrapposizione evocata sempre più spesso anche in Italia dove ormai nessuno dei partiti in Parlamento è più figlio della Costituzione del 1948, tranne forse, fingendo una continuità discutibile, il Partito Democratico erede del vecchio Partito Comunista. La dicotomia “popolo” contro “elites” trova nella Brexit il suo campo di battaglia più avanzato, ma, come detto, riguarda l’intera Europa. All’interno del Regno Unito infatti esiste una questione scozzese, con un referendum perso per pochi voti dagli indipendentisti che volevano separarsi da Londra. Senza scordare che l’Irlanda del Nord è in realtà una terra che venne occupata militarmente non molto tempo fa dagli inglesi e subisce controvoglia l’adesione al Regno Unito, che non è né uno stato federale né una confederazione.

A una prima occhiata superficiale potremmo cominciare dalla Germania per parlare delle volontà indipendentiste di Franconia, Baviera, Svevia e Lusazia. Non ne è immune la Francia con l’Occitania nel meridione e Normandia e Bretagna a settentrione, tenendo fuori lo storico indipendentismo della Corsica. In Italia esistono forti movimenti indipendentisti nel nord, lasciando da parte la fantomatica Padania, in Istria, nel sud Tirolo e nel Veneto, così come sono radicati in Sardegna e soprattutto in Sicilia. In quest’ultimo caso parliamo di movimenti che hanno una tradizione storica di lungo corso e una presenza attuale di cui non parlano i media ma con forti radici popolari. Ho lasciato per ultima la Spagna perché in realtà è al primo posto per imminenza dell’azione indipendentista. Paesi Baschi, Galizia, Asturia e Andalusia non sono conosciute solo perché oscurate come informazione dalla Catalogna. Qua, dopo il referendum simbolico del 2014, che vide partecipare il 35,9% della popolazione catalana, per l’80% in quell’occasione a favore dell’indipendenza, fu annullato il referendum del 2017, proclamato dall’allora governo catalano. Il contrasto con il governo centrale della Spagna ha portato un tribunale, nei giorni scorsi, a comminare 13 anni di carcere per sedizione ai leader politici di quella protesta pacifica.

Per tutte queste ragioni l’esito della battaglia sulla Brexit riguarda l’intero vecchio continente e non soltanto il Regno Unito, perché il capitolo di storia che si è aperto con la creazione degli stati moderni è destinato a chiudersi con un sostanziale mutamento geopoltico nei prossimi cento anni. L’esito più probabile è che a contrattare con un istituto europeo centrale, quello che oggi chiamiamo Unione Europea, ma che assumerà altre forme e probabilmente comprenderà davvero tutto il territorio europeo e non solo la sua parzialità attuale, saranno autonomie locali più piccole, quelle che oggi ancora chiamiamo regioni, che assumeranno natura di federazioni e confederazioni, comunità più piccole ma più armoniche delle attuali. La Scozia, la Catalogna, la Sicilia, l’Occitania e tutte le altre saranno unità federali o piccoli stati autonomi confederati con un centro che dovrà di volta in volta dare direttive generali primarie e destinare risorse per contribuire alle economie dei territori con meno risorse economiche naturali, ma nel mutato quadro di autonomie locali ridotte nel territorio rispetto agli stati giganti che conosciamo oggi.

Questo nel migliore dei casi, se cioè la politica riuscirà a ricucire le lacerazioni sociali, quel “popolo” contro “elites” che oggi sta costringendo l’Europa a grossi passi indietro sul piano delle conquiste sociali e democratiche. L’unico mezzo per risolvere i conflitti sociali è riconoscerne le ragioni quando non sono strumentali a una prevaricazione sociale verso i ceti deboli. Annullare i referendum, imprigionare i leader politici, ribaltare nei parlamenti le decisioni prese dai cittadini significa percorrere una strada che porta l’Europa in un vicolo cieco, e infatti la risposta che viene sempre più spesso dalle urne di tutte le nazioni oggi sposta sempre più a destra l’asse dei singoli stati e di conseguenza dell’intera Unione Europea.

Se questo federalismo autonomista complessivo non verrà realizzato, se non verrà consentito ai popoli che lo chiedono di riformare le entità amministrative attuali sotto forma di aggregati più piccoli degli attuali, confederati ma autonomi, comunità capaci di offrire un maggiore collante sociale tramite un allargamento della partecipazione dei cittadini alla vita amministrativa, se questa frammentazione che rafforza in realtà l’idea stessa di Europa non verrà affrontata con gli strumenti democratici allora assisteremo a vere e proprie guerre che ci riporteranno nella barbarie. Quella barbarie che oggi ancora non cogliamo del tutto finché le guerre per cambiare i confini si svolgono a migliaia di chilometri da casa nostra, dall’Africa al Medio Oriente passando per i Balcani. Questa è la vera posta in gioco di quanto sta avvenendo nel Regno Unito per la Brexit e nella Catalogna che chiede l’indipendenza. Solo una politica capace di guardare molto avanti nella storia può scongiurare i conflitti che si profilano all’orizzonte se si acuirà ulteriormente la distanza tra popoli e governi e le soluzioni adottate non passeranno per il consenso democratico dei cittadini.