ELEZIONI IN BOLIVIA: EVO MORALES E I TRADITORI DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA

DI FRANCESCA CAPELLI


La Bolivia va alle urne per scegliere se confermare per un quarto mandato Evo Morales (al potere dal 2006, il presidente sudamericano politicamente più longevo di questo inizio secolo) o cambiare rotta. La presidenza di Morales coincide con un periodo di crescita economica ininterrotta per la Bolivia. Il governo è riuscito a innescare un circolo virtuoso basato su un pilastro: la redistribuzione del reddito. Intesa non solo come intervento assistenziale, ma anche – nelle parole di vicepresidente Álvaro García Linera, economista ed ex guerrigliero – come combustibile per la dinamica della domanda interna. È la redistribuzione che consente il consumo, che stimola la produzione, la crescita e quindi la domanda. Niente di diverso da politiche neokeynesiane moderate, ma che nel contesto geopolitico attuale della regione appaiono rivoluzionare e consentono al paese di evitare la dittatura del Fondo monetario internazionale.
L’industria delle costruzioni, allo stallo in Argentina, è in moto permanente in Bolivia. La capitale La Paz oggi possiede la rete di teleferiche più estesa del mondo che consente di bypassare il traffico delle strade sinuose di una città a 3650 metri di altezza. El Alto (la seconda città del paese, un tempo quartiere di La Paz, estesosi come un cancro di cemento che corrode la montagna) si è gentrificata e sono spuntate come funghi villette dall’architettura fantasiosa, che testimoniano il livello di benessere raggiunto dai proprietari.
Grazie alle politiche sociali inclusive, si è formata una classe media chola (così viene chiamata la popolazione indigena urbanizzata) che dovrebbe garantire al presidente la rielezione, se non altro per gratitudine, mentre rischia di trasformarsi nel suo maggiore ostacolo. Perché man mano che miglioravano le loro condizioni di vita, i I si sono allontanati dal processo politico progressista (la “Rivoluzione bolivariana”, applicazione del socialismo in chiave indigenista) e hanno modificato le loro prospettive elettorali. La classe media emergente tende a preferire le politiche di mercato a quelle statali. Non ha più bisogno di sussidi e protezione e non desidera che altri ne abbiano. Fino a una nuova crisi, che la fa ripiombare nella miseria. E il ciclo ricomincia.
I sondaggi danno Evo come vincitore al primo turno, con il 40 per cento delle preferenze, ma per evitare il ballottaggio dovrà distaccare di dieci punti l’avversario Carlos Mesa, leader del partito Frente Revolucionario de Izquierda(fronte rivoluzionario di sinistra), fautore di politiche di mercato, malgrado il nome del suo partito. È Mesa a criticare l’eccessiva ideologizzazione del discorso politico di Morales, soprattutto in politica estera. Come se privatizzazioni selvagge, apertura del mercato dei capitali, riforme del lavoro in termini di libertà di licenziamento e fine della contrattazione collettiva non fossero anch’esse il risultato di un’ideologia. Fatto sta che la campagna di Evo si è basata sul rischio che Mesa importi in Bolivia “il disastro economico argentino” di Mauricio Macri.
Le elezioni boliviane inizieranno a definire la mappa politica della regione. Se a un’eventuale vittoria di Morales farà seguito, la settimana successiva, quella di Alberto Fernández in Argentina (questa ormai quasi scontata) e, nella stessa data, di Daniel Martínez in Uruguay (candidato del Frente Amplio, che dovrebbe garantire la continuità rispetto a Pepe Mujica e Tabaré Vázquéz), i governi progressisti guadagnerebbero di nuovo terreno e potrebbero costruire un’opposizione alle politiche neoliberiste del Fondo monetario internazionale e degli Usa. Si costituirebbe quindi un asse guidato dall’Argentina da una parte, e dal Brasile – con Cile, Colombia e Perù – dall’altra. Con il Venezuela, commensale scomodo, attualmente sospeso dal Mercosur, a spostare gli equilibri di forze nei mesi successivi.