INTERVISTA CON JERRY CALA’ , IL GATTO DI VICOLO MIRACOLI

DI GIOVANNI BOGANI

Il testo completo della mia intervistina a Jerry Calà uscita ieri su “Nazione” e “Resto del Carlino”. Se penso che quelle chiacchiere le ho fatte seduto per terra nel parcheggio della Lidl, con un’auto che stava per schiacciarmi perché non mi aveva visto…

Si chiama Jerry Calà, in omaggio a Jerry Lewis. Da ragazzino, lo imitava alla perfezione, e quel soprannome gli è rimasto addosso. Del resto, Calogero Alessandro Augusto suonava più complicato, per un comico.

Così, Jerry Calà ha attraversato quarant’anni di spettacolo: facendo l’attore, il cantante, il regista. Sempre dalle parti della risata, fin dai tempi del Derby, mitico locale milanese da cui usciranno fuori i talenti del cabaret anni ’70, proseguendo con il varietà televisivo “Non stop”, da cui usciranno anche Verdone e Troisi, e affermandosi al cinema con i film vacanzieri dei fratelli Vanzina, “Sapore di mare” in primis. Grandi successi popolari, film campioni d’incassi, film che in qualche modo segnano un’epoca. “L’estate non è una stagione, ma uno stato d’animo”, dirà. E dell’estate vacanziera e spensierata, godereccia ballerina, lui è stato uno dei simboli.

Raggiungiamo Jerry Calà al telefono. Per farci raccontare il film con cui ritorna alla regia, e con il quale riunisce i Gatti di vicolo miracoli, il gruppo comico/teatrale dei suoi vent’anni, con Umberto Smaila, Ninì Salerno, Franco Oppini. Nel cast anche Antonio Catania, Andrea Roncato e Mauro di Francesco. Una reunion di un mondo intero. Il film si chiama “Odissea nell’ospizio”, ed è uscito in questi giorni sulla piattaforma Chili.

Calà, che tipo di film ha fatto?
“Un film divertente, pieno di equivoci, di situazioni buffe, in cui ci prendiamo in giro per primi noi stessi. Una commedia come ormai non se ne vedono più”.

La comicità non è più quella di un tempo? Cosa vuole dire?
“Voglio dire che oggi si cerca sempre, anche nel genere comico, di raccontare storie ‘sociali’, con un messaggio. Cosa che va bene: ma la gente si aspetta commedie di puro divertimento, che facciano vedere però la vita reale della gente”.

Cioè?
“Nei nostri film, noi parlavamo come parlavano i ragazzi. Questo è stato il segreto del nostro successo. Oggi, le nostre espressioni sarebbero definite scorrette, nel novanta per cento dei casi”.

Come parla, oggi, il cinema?
“Oggi il modo in cui si parla nei film non rispecchia la vita reale. Pur nella nostra leggerezza, vedendo i nostri film tu ti fai un’idea del periodo, della gente, del modo di comportarsi. Oggi il cinema è staccato dalla realtà”.

Ma c’è una commedia di questi anni che le è piaciuta?
“Mi piacciono i film di Zalone, perché lui se ne frega di tutto, se ne frega di essere politicamente corretto, e questo alla fine paga. I suoi film incassano sessanta milioni, e agli altri vanno le briciole”.

Solo Zalone, dietro di lui il vuoto?
“Mi è piaciuto anche ‘Smetto quando voglio’, perché ha un’idea trasgressiva, divertente: dei brillanti laureati che si danno al commercio di droga per sconfiggere le umiliazioni e la disoccupazione. Ecco, anche quello mi sembra un tentativo interessante, e infatti la gente è andata a vedere il film, anzi i film”.

Il cinema italiano, è vero, incassa briciole. Perché?
“Perché ha paura di confrontarsi col genere. Noi eravamo bravissimi a fare il cinema di genere: abbiamo fatto i western meglio degli americani, e così i polizieschi. Tarantino ci ha copiati, non a caso, e Sergio Leone è stato un modello per tanti registi. Anche la commedia sexy è stato un genere che abbiamo quasi inventato noi in Italia, e che ha avuto un successo immenso. Oggi abbiamo paura di fare film di genere. Si girano storie cervellotiche, con mille paletti, mille paure di essere scorretti, e alla fine non funzionano”.

Oggi chi comanda nello spettacolo?
“Non c’è dubbio: oggi comandano le televisioni. E le televisioni oggi non mi chiamano. Ma io non sono perduto, per fortuna: faccio teatro in continuazione, a trecentosessanta gradi. Suono, canto, recito. E c’è tanta gente che viene a vedermi”.

Ma i ragazzi di oggi in che cosa sono diversi dai ragazzi che eravate voi?
“Sono troppo protetti.

Che effetto fa tornare a lavorare insieme, ritrovare i Gatti di vicolo miracoli?
“In realtà non ci siamo mai persi davvero di vista. Siamo rimasti in contatto, come rimangono in contatto i parenti. Eppure sono andato via dal gruppo nel 1982, sono quasi quarant’anni. Ma i Gatti sono i miei fratelli, i sentimenti restano sempre molto forti”.

Ha immaginato una “reunion” in una casa di riposo. Le fa paura la vecchiaia?
“No, fino a quando riesco a riderci sopra”.

Voi quattro che organizzate scherzi. In realtà viene in mente un modello indimenticabile della commedia italiana, “Amici miei” di Mario Monicelli.
“Non lo avevamo in mente, ma certo che ‘Amici miei’ è un punto di riferimento costante, ce l’hai dentro quell’idea del gioco dolceamaro, e anche se non ci pensi riaffiora in molte delle cose che fai. Penso che non ci sarebbe tanta commedia, non ci sarebbero tanti film senza l’esempio di Monicelli”.

Quattro amici anziani in una casa di riposo… Ma non è che cerca un pubblico di coetanei?
“No, per fortuna ci sono tanti ragazzi che mi seguono. Lo vedo nelle centinaia di serate che faccio in giro per l’Italia nelle piazze, con il mio show musicale”.

La soddisfazione più grande, in carriera?
“Essere stato premiato da un signore che si chiama Wim Wenders, a Berlino, per il film ‘Diario di un vizio’ di Marco Ferreri. Aveva visto il film, e gli aveva attribuito un premio internazionale, importante. Non sapeva niente di me, dei film estivi, ma lo aveva colpito la mia interpretazione in un film drammatico”.

La critica cinematografica è stata sempre poco tenera con lei e con i suoi film. Un rapporto difficile, diciamo…
“La critica deve giudicare il film per quello che è: se è un film comico, deve giudicare se fa ridere oppure no, ma non se veicola grandi messaggi, se ha delle aspirazioni filosofiche… Il problema è che poi la critica influenza anche il cinema che viene fatto”.

In che modo?
“I registi e gli attori cominciano a girare pensando a quello che potranno dire i critici, e perdono la loro spontaneità, perdono la loro freschezza, e la loro forza”.

Come dovrebbero girare?
“Con più libertà, senza preoccuparsi di niente. Oggi se in un film dai un buffet tino a un cane, si scatenano le associazioni degli animalisti; se usi una certa parola, ti mettono in croce. Tutto deve essere politicamente corretto, tutto deve essere misurato col bilancino. E la comicità ci perde. La comicità per sua natura deve essere cattiva, non può essere rispettosa di tutto e di tutti”.

Tutto è stato “normalizzato”?
“Oggi, se usi una parola fuori posto ti mettono in croce”.

Lei va al cinema, oggi?
“Sì, spesso. Vado come ci va il grande pubblico: vedo i film americani, specialmente quelli interessanti come ‘Green Book’, accompagno mio figlio a vedere i blockbuster. E poi, guardo molti film sulle piattaforme online”.

A proposito di generi. Lei ha fatto un film drammatico con un maestro, Marco Ferreri. “Diario di un vizio”. Ma è rimasto un episodio isolato. Perché?
“Non sono arrivate altre proposte, in realtà. E forse, il fatto è che quel film, pur premiato a Berlino, al botteghino non ha funzionato. Si vede che la gente preferiva vedermi come attore comico. Noi attori siamo anche dipendenti dal gusto del pubblico”.

Perché Marco Ferreri aveva pensato a lei?
“Mi disse: gli attori comici sono i migliori attori drammatici. Perché ogni gag comica è una gag drammatica: uno cade su una buccia di banana e si fa male. A noi comici tocca la fatica di ribaltare la tragedia in commedia. Un esempio: Jim Carrey, che è la migliore maschera comica del mondo, ha fatto ottimi film drammatici”.

Parliamo di una foto che ho visto che vi ritrae con Woody Allen. Come andò?
“Era il 1980: Woody Allen era il nostro mito, era appena uscito ‘Manhattan’, la sua comicità era fantastica. Umberto Smaila trovò l’indirizzo del suo produttore e gli scrisse una lettera. Due settimane dopo arrivò, dall’America, una risposta. Ci invitava a Manhattan! Lo incontrammo nel pub dove suonava il clarinetto, e riuscimmo a farci una foto con lui! Woody ci dette anche i diritti di una commedia che aveva scritto, ‘God’, per la cifra simbolica di un dollaro: ma non riuscimmo mai a metterla in scena”.

I suoi amici, i suoi maestri nel mondo dello spettacolo?
“Bud Spencer, certamente. Ero molto legato a lui, mi ha dato una infinità di consigli, sono stato straziato il giorno della sua morte. Marco Ferreri, un burbero affettuoso che mi voleva un gran bene, e mi invitava spesso a casa sua, cucinandomi enormi piatti di pesce. Walter Chiari: d’estate condividevamo lo stesso albergo sulla riviera romagnola, ci ritrovavamo lì la notte dopo le serate, quante chiacchiere. E anche con Ugo Tognazzi ho avuto un rapporto speciale: mi ha praticamente affidato suo figlio Gian Marco durante le riprese del film ‘Vacanze in America’…”.

Il suo rapporto con i social?
“Sereno. Prediligo Facebook e Instagram, meno Twitter per i commenti degli haters

Ad un quotidiano ha confessato: “sono fuori dal giro, non odoro di sinistra e non invoglio i registi”. È una questione politica?
“Diciamo la verità: c’è un gruppo di attori che prende quasi tutti i ruoli. Non solo nel cinema, ma anche in televisione”.

Una candidata a sindaco del Pd, Anna Rita Leonardi, ha commentato con asprezza: “il cinema non lo vuole perché non ha talento”. E suo figlio Johnny le ha risposto su Facebook…
“Sì: ha scritto ‘ora che sei stato insultato da una dirigente del Partito democratico ti voglio ancora più bene’…”.

I cantanti di adesso li conosce?
“Me li fa conoscere mio figlio: grazie a lui ho apprezzato i Thegiornalisti, Ultimo, J-Ax con il quale ho fatto un video. Mi tiene aggiornato sugli Youtubers e sulle ultime tendenze. È lui il mio punto di riferimento”.

I giovani di oggi sono cambiati?
“Beh, hanno meno iniziativa. Spesso aspettano che qualcuno gli apparecchi il futuro. Noi, quello che volevamo, andavamo a prendercelo. Oggi alcuni di loro si fanno un alibi della immobilità del paese. Io arrivai dalla Sicilia a Milano, con i miei, quando sui palazzi trovavi la scritta ‘Non si affitta ai meridionali’. Vivevamo nei quartieri dei terroni. Tutti provavano a farcela, tutti si davano una mano, nessuno si lamentava senza fare niente”.

Carlo Vanzina?
“Gli devo moltissimo. Non solo io, ma tutto il cinema italiano. Carlo ed Enrico hanno raccontato l’Italia in modo molto intelligente: non è un caso che i loro film, dopo trent’anni, vengano ancora visti in televisione con lo stesso successo”.

Ma ci sono dei registi con cui amerebbe lavorare? O non le piacciono i registi italiani?
“Come no! Virzì, Salvatores, Amelio sono dei grandi registi. Paolo Genovese, nella commedia amara, mi sembra un grande. E Marco Bellocchio credo abbia fatto, col ‘Testimone’, il suo più bel film, un film che meriterebbe di arrivare all’Oscar per il miglior film internazionale, come lo chiamano adesso”.

Alla fine della telefonata, ci viene in mente. E Jerry Lewis? “Non l’ho mai incontrato”, confessa. “Ci siamo sfiorati, una volta, al festival di Berlino, dove io ero protagonista di un film di Marco Ferreri. Ma non ho avuto il coraggio di andare da lui e presentarmi. Così, è rimasto per me un mito lontano”.