FRANCO BATTIATO: L’ULTIMA CANZONE, L’OPERA CHE MANCA, LA BEFFA DEL TRAPPER

DI LUCA MARTINI

È difficile affrontare la scomparsa di un artista: si accende spesso il disaccordo, la lite, tra gli eredi di sangue o quelli spirituali, su come gestirne i lasciti, manoscritti, files di computer o demo tapes che siano. E i fans hanno il fucile spianato: gli artisti sono di tutti.

Figuriamoci come sia allora arduo affrontare la scomparsa di un artista ancora in vita. Proteggendone allo stesso tempo la privacy, come si dice oggi, cioè portando rispetto al suo percorso sul pianeta Terra.

Ed ecco quello che accade con Franco Battiato, malato e, pare, a una distanza ormai siderale dalle scene. Esce un album con un inedito, un demo di due anni fa, concepito per Andrea Bocelli e arredato ora, come il resto del disco, dall’arrangiamento potentemente evocativo di un grande e famoso ensemble, la Royal Philharmonic Orchestra.

Questo – l’aggiunta – trasforma lo scarno provino e il testo, limpido e di magistrale semplicità, in qualcosa d’altro: ma Battiato, ascoltato il tutto, avrebbe assentito. E poi: aveva deciso lui di esibirsi con i suoni di un ensemble classico nel tour del 2016, durante le prove del quale sono state eseguite le altre canzoni, più o meno famose, che ascoltiamo ora; per cui la scelta della produzione è in qualche modo assennata, giustificata. 

Eppure avremmo sentito volentieri anche il demo nudo, originale, di Torneremo ancora perché la voce di Battiato è fragile ma  inconfondibile quando parla delle nostre vite prigioniere; arriva da un luogo lontano, di vuoto e di sogno, e ha la consueta capacità di trovare l’incanto nelle parole quando nomina i migranti di Ganden. 

Tra parentesi: c’è chi ha messo subito in guardia sul significato della canzone, avvertendo che parlerebbe di trasmigrazione di anime (e stop!) e non di migrazioni più o meno attuali, ma a noi appare vero il contrario. Gli artisti sono di tutti, lo abbiamo detto, anche se hanno letto René Guénon – e noi tutti siamo migranti, amen. Questa comunque è la spiegazione teologica del pezzo fornita dal coautore, Juri Camisasca, a Rockol.it. Fate voi. Nel dubbio, abbiamo riascoltato Povera patria, re-incisa sul medesimo album.

Mentre scrivevamo, sono sorti due fronti di polemica. Appartengono a pochi giorni fa le dichiarazioni del soi-disant amico di Battiato Roberto Ferri (intervista a Gianmarco Aimi di Fanpage.it) sullo stato di salute del musicista e sull’esistenza di un altro inedito del cantautore, Io non sono più io, musicato su un testo dello stesso Ferri – testo che con ogni evidenza – e guarda che incredibile caso! – affronta il tema di un uomo che sente svanire la propria identità.

Forse converrebbe, come indicano gli estimatori di Battiato su Battiatoforum, partire dal vero buco nella discografia del musicista siciliano. Manca all’appello un’opera intera, sembra per una questione di diritti, Il cavaliere dell’intelletto, composta  su libretto di Manlio Sgalambro. Commissionata dalla Regione Sicilia  per l’ottavo centenario della nascita dell’imperatore Federico, è la terza opera lirica di Battiato ed è andata in scena il 20 settembre 1994 nella Cattedrale di Palermo. L’opera è stata scritta per attori, cantanti, coro, orchestra, e sonorità elettroniche. Attendiamo fiduciosi. 

Secondo fronte di polemica. La ciliegina sulla torta dell’impudenza la mette adesso il trap rapper Flam Boy (all’anagrafe Francesco Spinello, Monza, 1991) con il singolo Franco Battiato, prodotto da Dsonthebeat, che ha fatto incazzare molti di quelli che l’hanno ascoltato. Antipatico il tempismo dell’uscita del pezzo più che l’irriverenza presunta del testo che mescola senza troppa fantasia i titoli delle canzoni del musicista siciliano.