CILE, I PROBLEMI DELLE PENSIONI A CAPITALIZZAZIONE

DI MARIO SEMINERIO

I violenti disordini scoppiati in Cile negli ultimi giorni, che hanno trovato detonatore nella decisione di aumentare (del 4% medio) il prezzo del biglietto dei mezzi pubblici ma che ovviamente hanno radici ben più profonde, forniscono l’opportunità per fare il punto sul sistema pensionistico del paese, che (come anche i sassi sanno, sia pure spesso per narrazione mitologica) è a capitalizzazione. Almeno in via prevalente.

Oggi i fondi pensione cileni gestiscono oltre 210 miliardi di dollari, pari al 75% del Pil del paese. Mediante essi i lavoratori accantonano una frazione dei loro stipendi ed ottengono una pensione frutto esclusivo del rendimento di tali investimenti. Sono stati istituiti nel 1981, sotto la dittatura di Augusto Pinochet, dietro suggerimento dell’economista José Piñera, fratello dell’attuale presidente Sebastian.

Non è quindi un sistema a ripartizione, dove i contributi dei lavoratori pagano le pensioni. I fondi pensione cileni promettono un tasso di trasformazione, cioè l’ammontare della pensione in proporzione dell’ultimo stipendio, di ben il 70% dopo 37 anni di contribuzione pari al 10% della retribuzione lorda.

Senza entrare nel merito di questi numeri, il problema è che i cileni non riescono a versare abbastanza. Sia per insufficienza dei redditi (il 30% dell’economia è sommerso) che per disoccupazione ed altre esigenze di vita che riducono i risparmi destinabili a previdenza. L’Ocse stima un tasso di trasformazione del 40%.

Il Cile ha un problema di insufficiente risparmio previdenziale, che ha spinto i governi ad intervenire. Nel 2008 il governo di centrosinistra di Michelle Bachelet ha introdotto una pensione di base, a carico della fiscalità generale, a beneficio di circa 600 mila anziani privi di contribuzione. Una pensione sociale che oggi vale circa 150 dollari al mese. In seguito è stata disposta una sorta di integrazione al minimo per altri 900.000 pensionati. Queste due misure pubbliche coprono quindi oltre la metà dei 2,8 milioni di pensionati cileni.

Altro rilevante problema è la natura oligopolistica delle sei società di gestione a cui sono affidati i risparmi previdenziali, e gli elevati costi che ciò determina, destinati a mordere sul risultato finale della capitalizzazione. In sintesi, le pensioni cilene sono troppo basse perché troppo poco contribuite ed il futuro dei lavoratori appare ad alto rischio di povertà.

Sebastian Piñera, che non ha comunque maggioranza parlamentare, a ottobre 2018 ha quindi proposto una riforma della previdenza, nel tentativo di contenere le crescenti richieste di rinazionalizzazione del sistema pensionistico. La riforma prevede che anche i datori di lavoro contribuiscano ai fondi, nella misura del 4% dello stipendio, oltre ad un aumento della pensione “sociale” per i più poveri. Previsti anche aumenti del beneficio per chi decide di rinviare il pensionamento, l’introduzione di una pensione di disabilità e la messa a gara del mandato per i gestori dei fondi che gestiranno la contribuzione dei datori di lavoro.

Sono passi evidenti in direzione di un sistema misto ma dove la capitalizzazione resta prevalente e centrale. Anche se socialisti e democristiani hanno espresso valutazioni cautamente positive su alcune modifiche, cresce la spinta per tornare al sistema a ripartizione, e comunque ad un maggior intervento pubblico.

Quale “morale” trarre, dalla situazione cilena? Che un sistema pensionistico a capitalizzazione, pur avendo in astratto ovvi pregi tra cui una maggiore indipendenza nella scelta del momento di pensionamento senza produrre impatti sulla collettività, cade vittima di situazioni in cui il risparmio destinabile a previdenza si riduce. Nel senso che, se una persona non ha versato abbastanza al fondo pensione, sia perché non poteva, necessitando di ogni centesimo per sbarcare il lunario, sia perché non voleva, avendo deciso di consumare nel presente il reddito di lavoro, il sistema tende a deteriorarsi e viene abbattuto dalle proteste sociali.

Senza contare che è irrealistico credere che ogni cittadino possa pagarsi una pensione. I sistemi pensionistici a capitalizzazione pura tendono quindi ad essere un’eccellente idea teorica. Un po’ come il socialismo reale, prima di essere applicato in vivo in Unione Sovietica.

Ecco quindi che potreste trovare più comprensibile quello che scrivevo qui, circa il rischio di alimentare sistemi pensionistici che creano nuovi poveri, ad esempio applicando correzioni attuariali contributive all’intera vita lavorativa di soggetti che hanno iniziato a lavorare col regime retributivo. Sapete perché? Perché, al crescere dei pensionati poveri, cresce anche la spinta a correttivi destinati a produrre enormi danni, ad esempio trasformando chi ancora lavora in carne da macello, per pagare pensioni riportate a livelli di sussistenza a furor di popolo. Incendi e saccheggi inclusi.

Resta il fatto che, per motivi demografici, l’aumento del peso dei pilastri pensionistici a capitalizzazione è l’unica risposta possibile.