L’OMBRELLO DIMENTICATO E L’ONESTO CLOCHARD

DI PIERLUIGI PENNATI

Ore 6:18, stazione di Rogoredo a Milano, persone che vanno e vengono, il baretto è pieno, non c’è posto a sedere, tutti si accalcano assorti in se stessi cercando di accaparrarsi in fretta un posto al bancone.

Un marocchino, due caffè macchiati, “uno anche a me!” gridano da dietro, una brioche vuota, una al cioccolato, … si paga e quasi nessuno saluta, solo il barista ripete il rituale, prego, buongiorno, arrivederci…

Dietro di noi un ragazzo, giovane, sporco e trasandato, le mani nerissime, dalle scarpe da ginnastica si scorge un bianco ormai scomparso sotto una crosta unta, un berretto improbabile in testa ed uno zainetto lercio sulle spalle, chiede un euro a chiunque passi, lo sento alle mie spalle e non reagisco.

Sono in anticipo e controllo l’orario del mio TAV per Roma, mentre leggo il tabellone i passanti diminuiscono ed il ragazzo mi raggiunge “puoi darmi un euro? Ho fame”.

Non rispondo e non mi volto,  “cazzo nessuno ti aiuta, ho fame, dammi un euro così non vado a rubare”.

Esito, una grande rabbia dentro, possibile importunare in questo modo? Cosa vorrà davvero? Sarà un drogato?

Il dubbio è legittimo, la società difficile… mi volto, lo guardo e dico “ti offro un panino”.

Non fa una piega, replica, “una brioche ce la fai?”.

“Ce la faccio, vuoi anche un panino?”

“Una brioche”. Va bene andiamo.

Percorriamo i pochi metri che ci separano dal baretto, adesso deserto, “ce la fai anche un cappuccio?”

“Ce la faccio, andiamo, anche un panino se vuoi”, “un cappuccio, ho le mani sporche, le lavo, un cappuccio ed una brioche”.

Mi reco al bar ora deserto, il barista chiede cosa voglio, un cappuccio ed una brioche per il barbone, ma aspetto che arrivi.

Il barista abbozza un sorriso, non potrei dire sia vero, non capisco, ma aspetta, nel frattempo il ragazzo si è avvicinato ad un idrante chiuso in uno sportello sul muro, lo apre, capisco che è pratico e non me ne curo, poi arriva, le mani ancora nere, ma ora bagnate.

Il barista prepara il cappuccio in un bicchiere di carta da asporto, si vede che non lo vuole al banco, ma non parla, il barbone vuole la brioche al cioccolato, “anche un panino?” – insisto io – “un biscotto”.

Il barista infila brioche e biscotto in un sacchetto, decido di passare alla cassa che si trova dall’altro lato del chiosco, “vengo io” – dico – “così mi levo da qui” – penso, “qui non c’è posto per sedersi” – dice il barbone.

Pago, nessuno fa una piega, passo di nuovo dietro il ragazzo salutandolo per adarmene, risponde qualcosa piano, sono già a qualche metro e lui mi chiama “l’ombrello!” e mostra un ombrello nero.

“Non è il mio!” – rispondo – mentre mi volto lo vedo consegnare l’ombrello al barista, fuori piove, lui è visibilmente povero ma non trattiene l’oggetto che potrebbe servirgli, credo in fondo sia stato onesto, forse era davvero affamato ed onesto.

Non saprei, ma la speranza non è di aver speso bene pochi spiccioli, ma di aver comprato un pezzo di speranza per me stesso, forse esistono ancora persone oneste che in un mondo sempre più egoista dovremmo imparare a valorizzare.