TOUR UMBRIA-EMILIA, DI CAMPAGNA IN CAMPAGNA (ELETTORALE)

DI ALBERTO EVANGELISTI

Di campagna elettorale in campagna elettorale, ora tocca all’Emilia Romagna.

Se i fatti avessero un minimo ruolo nelle elezioni non ci sarebbe partita: l’Emilia Romagna ha la seconda sanità per efficienza (la Toscana, prossima in ordine di elezioni la terza), ha la prima economia fra le regioni, trainata soprattutto da un export che è aumentato nell’ultimo anno di più del 5%, vanta una qualità della vita in generale invidiabile.

Le uniche ombre sulla tenuta del dato economico arrivano dalle conseguenze possibili derivanti da Btexit e dazi, tutta roba fatta da amici dei sovranisti. Ecco, se i fatti contassero qualcosa, come dicevo, ci sarebbe poco da dire su questa elezione il cui risultato dovrebbe essere scontato.

Ma i fatti contano poco, molto meno del percepito e il percepito, in qualsiasi realtà, anche quelle in cui tutto sommato si sta bene, è che si sta male, si dovrebbe state meglio e serve qualcuno a cui dare la colpa.

Perché anche in una delle regione con i dati complessivamente migliori in Italia, delle inefficienze relative ci sono, delle aziende che chiudono ci sono, ciascuno ha almeno un caso in cui si ricorda di aver subito una inefficienza nel pubblico, la cosa è strutturalmente normale. Stranieri in giro per le strade ce ne sono anche in Emilia Romagna, lasciamo stare che comunque, anche con questa presenza, la qualità della vita, dati alla mano, sia fra le più alte in Italia. Ci sono di certo comunque colpe da dare e in questi casi certi partiti ci sguazzano come carpe nella melma. Quindi siamo qui a discutere di umori degli elettori e di una Regione in bilico (con annesse ceisi di neevi a sinistra). Perché la verità, che ci piaccia o meno, non rende liberi e perché il percepito supera abbondantemente, come effetti sugli atteggiamenti e sui comportamenti, il dato reale.

Se poi c’è chi investe capitali da multinazionale per modificare ancora ulteriormente quel percepito, anche a colpi di bot e fake news consapevolmente diffuse ad arte, il quadro appare complicarsi ancora di più.

Questo aspetto mette, forse, in luce uno dei punti più deboli dei sistemi democratici contemporanei e andrebbe studiato a fondo, altrimenti si corre il rischio di segnarne la fine.