LA DIFFICILE VITA DI MOIRA, MORTA IN UN RAVE PARTY A LIVORNO

DI SALVATORE PRINZI

Mi ha colpito tanto la storia di Moira, la ragazza di 29 anni morta dopo un rave a Livorno in una fabbrica abbandonata.

Mi ha colpito perché – a differenza degli sciacalli leghisti che fanno affari con la ndrangheta ma si ergono a paladini di moralità attaccando la “tossica” senza alcun rispetto per il dolore di una famiglia – io sento che Moira poteva essere mia sorella, una mia amica.

Leggo la sua storia e ci ritrovo una vita profonda, complicata, precaria, che non è stata la nostra per poco. Ligabue in Leggero cantava: “pensi che sei fortunato, e c’è mancato proprio solo un pelo”…

E’ così. A molti di noi hanno consegnato una situazione senza speranze. Chi si limita a condannare, invece di capire e agire, vive su un altro mondo.

Figlia di un ex poliziotto, genitori separati, vita che si fa difficile anche per ragioni economiche, lavori di merda, nei locali, come parrucchiera, casa in un quartiere popolare dove abita con la mamma e la nonna.

Certo, non c’è un destino segnato. Molti che fanno questa vita lottano ogni giorno per conquistarsi un pezzetto di felicità. Altri accettano di aver perso, e finiscono a picchiare mogli e figli o prendendosela con i più deboli. Altri non ci stanno e provano a svoltarla nell’unico modo che gli viene insegnato da questa società – i soldi, la fama – e finiscono in giri di merda.
E c’è chi rovescia tutto dentro di sé, beve, si droga, o magari soltanto prova ogni tanto a fuggire.

Ognuno di noi ha dei margini di scelta, e li dovrebbe usare per il meglio. Moira lo sapeva, e infatti sul suo facebook scriveva lucidamente dei suoi errori, cosa rara in questo paese.

Ma la storia non mi ha colpito solo per questo. La fabbrica dov’è morta Moira io la conoscevo. Alla TRW infatti nel 2014 c’era stata una lotta operaia importante contro la sua chiusura. Noi l’avevamo seguita da Napoli, in costante contatto con i compagni del Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici livornesi, primo nucleo di quello che sarebbe diventato Potere al Popolo.

La TRW, che era della FIAT, decise di chiudere e mandò centinaia di lavoratori a casa da un giorno all’altro. Noi ci attivammo, organizzammo dei volantinaggi nelle altre sedi TRW, persino in Spagna grazie a dei napoletani emigrati. I lavoratori bloccarono in fabbrica il direttore, occuparono Confindustria. Il Coordinamento tirò su un corteo di 3000 lavoratori.

Sotto il Ministero a Roma si incontrarono con gli operai della AST di Terni e con quelli Jabil di Caserta. Eravamo con loro, si cantò insieme. Era incredibile questo senso di solidarietà che nasceva contro tutto e tutti, contro le multinazionali, contro la politica, persino contro i sindacati indifferenti o complici. Questo ci faceva sentire vivi, parte di qualcosa.

Dopo una lotta durissima questi lavoratori riuscirono almeno a strappare una buonuscita di migliaia di euro, cosa non scontata. Ma a Livorno sapevano che la chiusura dell’ennesimo centro produttivo non si sarebbe rimarginata.

Ricordo lo striscione che fu messo. “Con noi muore Livorno e tutto attorno”.

Come sempre, gli operai hanno avuto ragione. Perché da dove sono situati capiscono più di tutti la vera posta in gioco delle vertenze. Ascoltate oggi un qualsiasi lavoratore Whirlpool e lo capirete.

Una produzione che non è in relazione con i bisogni degli esseri umani ma solo con il profitto, prima o poi crea il deserto. Un deserto fisico, come quello del capannone di Livorno in cui chiunque può fare di tutto, perché le aziende non solo se ne vanno, ma lasciano anche le carcasse. E un deserto morale, di un mondo senza senso, in cui ognuno di noi tenta di aggrapparsi a qualche radice, di rifugiarsi in qualche oasi.

Non c’è bisogno di una psicologia d’accatto: vedete come tutto si incastra da sé? Gli spazi lasciati vuoti dal capitale, in mancanza di un orizzonte diverso, vengono riempiti dalla disperazione.

Da forme più feroci di capitalismo, com’è quello dello spaccio di droga, che per fare più profitto vende merce di merda – pare che a questo rave circolasse ecstasy mischiata a pezzetti di vetro…

Gli sciacalli possono pure accusare una tossica, i giornali strillare all’emergenza, i salotti televisivi interrogarsi sul vuoto dei giovani d’oggi, i politici giocare allo scaricabarile e inventare nuove misure anti-sballo, ciò non toglie che sono tutti responsabili di queste tragedie.

Perché tutti lavorano o quantomeno non si oppongono alla costruzione di un mondo senza senso, alla repressione di chi lotta, al dileggio di chi cerca di costruire una comunità diversa.

E lo stesso vale per noi. Siamo responsabili se accettiamo che girino certe sostanze, se non combattiamo i venditori di morte, se non produciamo un immaginario alternativo, se ci lasciamo andare.

Un’amica di Moira su facebook ha scritto: “Era una ragazza sempre sorridente ma incazzata con il mondo”.

La rabbia che non trova una strada verso l’esterno, che non trova un sogno collettivo, può diventare autodistruzione.

Eppure qualcosa in Moira sorrideva. Su facebook aveva scritto: «Voglio lasciarvi con una riflessione. Insegnate ai vostri figli il rispetto per la natura e per la vita di qualsiasi genere umano o animale. L’amore vince su tutto. Insegnate loro a non aver paura di amare. Se non avranno paura di quello avrete già fatto un capolavoro».