ILVA APPESA A UN FILO. CONTE CERCA DI SALVARE DIECIMILA POSTI DI LAVORO

DI MARINA POMANTE

In un incontro durato tre ore, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha provato a far tornare sui suoi passi la società Arcelor-Mittal e ha offerto il ripristino dello “scudo penale”, la norma che protegge proprietari e dirigenti dell’azienda dal rischio di essere coinvolti in cause per i problemi ambientali e di sicurezza creati dalle gestioni precedenti dell’impianto. Lo scudo penale era stato fortemente indebolito pochi giorni fa dal Parlamento e questa decisione, inizialmente, era sembrata la principale ragione dietro la decisione di Arcelor-Mittal

L’azienda multinazionale franco-indiana dell’acciaio ha detto al governo italiano che per proseguire il suo investimento nell’acciaieria ILVA dovra licenziare metà degli attuali dipendenti, che sono poco più di 10 mila. Questi sono i dettami imposti dalla società, che in caso contrario, proseguirà il percorso legale che ha già avviato per sciogliere il contratto che la obbliga ad acquistare la più grande acciaieria d’Europa, l’ex ILVA.

Ieri il premier durante la conferenza stampa al termine del Cdm aveva affermato che una delle priorità del governo era rilanciare Ilva e la città di Taranto: “È una vertenza che sta particolarmente a cuore al governo, riteniamo quel polo industriale di interesse strategico per il Paese”.
Ribadendo che il governo non riteneva di
giustificare le posizioni, prese da ArcelorMittal: “anzi per sgombrare il campo da qualsiasi pseudo-giustificazione
il governo ha dichiarato la propria disponibilità per quel che riguarda l’immunità”, e ha chiarito: “E’ emerso nell’incontro che non è lo scudo penale la vera causa del disimpegno dell’azienda. Lo posso dire chiaramente: lo scudo penale non è il tema. Il tema è che l’azienda ritiene che con i livelli di produzione non siano sostenibili gli investimenti e di non poter assicurare gli attuali livelli di occupazione. Per assicurare la continuità aziendale ci viene rappresentato l’esubero di 5mila lavoratori. Questo è inaccettabile”, ha affermato il premier.
Ieri sera Conte è stato chiaro: “Invitiamo l’azienda a rimeditare queste sue iniziative. E’ inaccettabile che ci siano addirittura iniziative giudiziarie dal loro punto di vista. Non lasceremo soli gli operai, faremo tutto il possibile. Abbiamo invitato il presidente Mittal a prendersi un paio di giorni e valutare la situazione per altre soluzioni. Sono inaccettabili le soluzioni che ci vengono proposte”, ha ribadito. “Siamo pronti a negoziare 24 ore su 24”.
Ha inoltre precisato che il governo è unito è coeso.
“Purtroppo ci sono atti preoccupanti come l’atto di recesso e in aggiunta un atto di citazione, orientati a sciogliere il contratto”, Conte ha precisato “non riteniamo giustificate queste posizioni”. “Siamo compatti e confido che anche le forze di opposizione ci seguiranno” sul dossier ex Ilva. “Qui è l’intero Paese che deve reggere l’urto di questa sfida, sarebbe deprecabile che iniziassimo a coltivare discussioni sterili su questo fronte”.

A ottobre il Pd e i 5stelle hanno demoliti la storia e il patrimonio industriale del Paese, a dimostrazione che il Pd è sempre più subalterno ai 5 Stelle. Quando votarono nella notte del 22 ottobre di sopprimere l’immunità per Arcelor-Mittal, l’Italia violò un patto industriale rischiando così di far fuggire l’unico investitore in grado di sanare e rilanciare Ilva”. L’assessore regionale allo Sviluppo economico Andrea Benveduti disse in merito all’approvazione dell’emendamento sulla soppressione dello scudo penale per i vertici dell’Arcelor Mittal dell’ex Ilva: “Ci siamo sempre opposti al tentativo di togliere l’immunità alla dirigenza ex ILVA per non bloccare il risanamento ambientale, su cui Arcelor-Mittal ha intrapreso un percorso in accordo con l’allora ministro Di Maio. La chiusura dell’altoforno di Taranto – aggiunge Benveduti -, con lo stop dell’ambientalizzazione dell’area, avrebbe ripercussioni anche sugli stabilimenti di Novi Ligure e Genova, su cui ricordiamo resta ancora in piedi l’accordo di programma del 2005. Impensabile non rispettare tale accordo. Irresponsabilità, incapacità o altro? Sicuramente in altre nazioni si brinda a questa decisione, che completerà il percorso di de-industrializzazione avviato da lorsignori già da molti anni. Che tutta la parte sana del Paese, lavoratori, imprese e sindacati, prenda ora fermamente posizione contro questo scempio”.

È il 1º novembre 2018 quando ILVA entra ufficialmente a far parte del colosso Arcelor-Mittal, nato nel 2006 dalla fusione della francese Arcelor e della lussemburghese Mittal Steel, attraverso AM Investco Italy, un consorzio partecipato per il 94,4% da ArcelorMittal e per il 5,6% dal gruppo Intesa Sanpaolo (subentrato dopo l’uscita di Marcegaglia). Entra nel polo industriale ArcelorMittal Europe cambiando anche il nome in quello attuale.

Nel 2012 una vasta inchiesta per reati ambientali e di inquinamento (“Fabbrica fonte «di malattia e morte» scrivono i giudici”) porta la Procura di Taranto ad ordinare il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo. Per salvaguardare lo stabilimento e l’occupazione, lo Stato ha avviato la procedura di commissariamento dell’azienda e avviato una gara internazionale per una riassegnazione della stessa.

La Am Investco, cordata formata da ArcelorMittal e Marcegaglia è stata scelta per avviare le trattative di acquisizione. Nel novembre 2018 è ufficialmente di proprietà di ArcelorMittal e prende il nome di ArcelorMittal Italy: le vecchie insegne vengono tolte.

È Il 5 Novembre 2019 quando Arcelor Mittal Comunica al Governo l’intenzione di recedere dal contratto di cessione procedendo alla restituzione ad ILVA in Amministrazione Straordinaria entro 30 giorni.

Nel gennaio 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo accoglie i ricorsi presentati nel 2013 e 2015 da 180 cittadini che vivono o sono vissuti nei pressi dello stabilimento siderurgico di Taranto e condanna l’Italia per non aver tutelato il diritto alla salute dei cittadini. La bocciatura riguarda i governi che dal 2010 (governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) hanno sempre rinviato il rispetto dei vincoli ambientali.