LA BELLE ÉPOQUE UNA RIFLESSIONE SULLA RECITAZIONE, SUL CINEMA, SULLA NOSTALGIA

DI GIOVANNI BOGANI

Un film che è una riflessione sulla recitazione, sul cinema, sulla nostalgia. Sulla nostra voglia di fermare il tempo, sulla ricerca del tempo perduto. Sull’amore, sul bisogno di ritrovare il nostro io, sotto le scorie della disillusione, del cinismo, delle amarezze. Funziona tutto, in questo film, e quasi preghi che non ne facciano un remake americano più costoso e meno sottile. Funziona lo spunto narrativo: che un bravo regista allestisca per te un viaggio nel tempo su misura, nell’epoca che vuoi. Che ti permetta di tuffarti in una pagina della Storia, o magari anche in una pagina della tua storia personale.

Funziona una sceneggiatura che organizza il gioco delle finzioni e delle rivelazioni con grande precisione. E brillano gli attori: Daniel Auteuil sommesso, sgualcito, divorato dallo sgomento prima, dalla nostalgia poi; cuore in inverno, come il titolo di un film in cui amava intensamente e dolorosamente, come qui. Brillano Fanny Ardant, imperiosamente infelice, e Doria Tillier: quando c’è lei sullo schermo, tutto vive un po’ di più.

Se Il mio profilo migliore racconta una donna cinquantenne che cerca di rinascere, inventando una se stessa più giovane su Facebook, ne La belle époque un uomo sessantenne – e anche qualcosa di più – cerca di rinascere “recitando” un se stesso più giovane nella messa in scena perfetta di un giorno di maggio del 1974.

Giovanni Bogani

Un abile regista l’ha ricreato per lui: il bistrot dei suoi vent’anni, le Citroen DS per strada, i pacchetti di Gauloises sui tavolini, le minigonne, il coq au vin nel menu scritto col gesso sull’ardesia. E nel bistrot arriva, come una folata di vento, la donna della sua vita. È un’attrice, l’ha istruita il regista. Ma non importa: lui sa benissimo che è una finzione, ma è una finzione dolce, può flirtare con il suo passato. La sospensione dell’incredulità non è totale, non è assoluta, lui non è scemo; ma è un leggero stordimento, e il naufragar è dolce in quel mare. Per lui, come per noi.

E del resto, se avessimo diecimila euro al giorno da spendere in questo gioco, non lo faremmo anche noi? Non vorremmo rivivere il giorno del nostro bacio più bello, di quell’amore che sembrava il primo – e l’ultimo? Il giorno in cui la vita sembrava rivelarsi?

Chissà se c’entra qualcosa, per la genesi del film, Midnight in Paris di Woody Allen, in cui il protagonista finisce nella Parigi degli anni ’20 a dialogare con Hemingway: e anche qui, curiosamente, c’è un attore che impersona Hemingway per un gruppo di clienti. E come in Midnight in Paris, c’è un’auto che passa al volo, trascinando il protagonista ad una festa.

Non importa. È comunque un’idea entusiasmante, quella di una realtà virtuale, ma artigiana: teatrale, fisica, concreta. Creare dei viaggi nel tempo organizzando dei set personalizzati. Un’idea che però poteva funzionare cinque minuti e poi spegnersi; il film poteva compiacersi delle sue ricostruzioni, di far sentire lo spettatore finito in un film di Bertolucci, o in Effetto notte di Truffaut. E invece, il film non si ferma mai più del necessario sugli oggetti d’epoca, perché non è quello il centro del film. Il centro del film è il percorso che compiono i protagonisti per ritrovarsi. Per ritrovare il ventenne innamorato che abita in loro, qualunque sia la loro età.

Sono quattro personaggi, tutti bisognosi di amore. Un sessantenne che cerca di vivere con stile il suo declino, una psicanalista che non è ancora riuscita a capire il paziente più difficile, se stessa; un regista isterico e perfezionista, che non riesce a dirigere la donna che ama; e una donna bellissima che non vuole esserne l’ostaggio. In tutto questo, la sintonia che Auteuil e Doria Tillier riescono a costruire, la tensione delle anime, il desiderio di sfiorarsi, di raggiungersi sapendo che non è possibile, è qualcosa di fantastico. Sarebbe bastato un dettaglio, uno sguardo sbagliato, una frase detta male, e tutto sarebbe saltato. Per fortuna, non accade. E noi spettatori amiamo tutti: AuteuilDoria Tillier, il regista zoppo, perfezionista e isterico, e una psicanalista che chiude la porta di casa e si prende a schiaffi, sibilando a se stessa “méchante”, cattiva.

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