INTERNET E IL FIUME IN PIENA DELL’ODIO

DI SILVIA GARAMBOIS

Liliana Segre: sembra incredibile, impossibile, che sia di nuovo lei protagonista di un tempo incattivito. Bambina dell’Olocausto, ora, sulla soglia dei novant’anni, è bersaglio del linguaggio d’odio che ci avvelena. Ebrea e donna. Senatrice, simbolo dei valori di democrazia.

Non solo ha dovuto denunciare – tra lo sconcerto dei più – di essere ogni giorno tormentata da centinaia di messaggi d’odio, ma nei giorni scorsi ha subito l’onta di mezzo Senato seduto, mentre l’altra metà le tributava l’ovazione per la costituzione della “Commissione Segre”, da lei fortemente voluta, contro odio, razzismo e antisemitismo (151 voti a favore, il centrodestra astenuto).

In Germania e in Francia esistono già leggi contro l’hate speech: i post sui social vengono rimossi, i gestori hanno pesanti sanzioni. In Italia, invece, il reato di ingiuria – l’offesa in presenza della vittima – è stato depenalizzato, resta la diffamazione…

Ma quanto può il linguaggio d’odio, l’hate speech? Quanto i giornali ne diventano – più o meno consapevoli – strumento? E quanto i giornalisti che ne diventano bersaglio rischiano di subirne il contraccolpo, di esserne condizionati?

VOX, l’osservatorio dei diritti, che ogni anno mette sotto la lente d’ingrandimento il fenomeno dell’hate speech, quest’anno ha deciso di fare un focus, insieme all’associazione di giornaliste GiULiA, proprio su questi aspetti. Purtroppo è noto come nei giornali, quando un giornalista è bersaglio di messaggi d’odio per la sua attività professionale, la via semplice sia quella di cambiargli settore: è una grave limitazione della sua libertà di informare, una sconfitta per tutti.

La testimonianza di Angela Caponnetto al convegno organizzato alla Statale di Milano su questi temi è illuminante: la giornalista di Rainews, inviata sulle imbarcazioni delle ONG nel Mediterraneo (ma anche sulle navi della Marina italiana), continua a essere oggetto di messaggi violentemente sessisti. “Nel Mediterraneo si continua a morire anche a causa degli effetti dei decreti sicurezza, ma questo non va detto – ha sottolineato Caponnetto -. Noi lo raccontiamo e così comincia ad arrivare una valanga di improperi. La maggior parte degli insulti che mi hanno rivolto sono stati di tipo sessista, senza volerli riportare perché mi fanno ribrezzo. L’ultimo è di qualche giorno fa – ha aggiunto la giornalista -. Loro hanno continuato ma io pure, e spesso sono state donne le più violente, ho denunciato e non mi sono mai fatta intimidire”.

Spesso, però, è dalle dichiarazioni dei politici, quando criticano direttamente i giornalisti che hanno di fronte, che parte l’onda dell’aggressione via social. Secondo una ricerca del 2018 del “Women’s Foundation” il 63% delle giornaliste avrebbe ricevuto minacce di varia natura, e secondo il consiglio d’Europa il 57% dei professionisti considera “normale” ricevere minacce e non denuncia.

La vera “vittima” in questi casi è l’informazione, che rischia di esserne imbavagliata, e soprattutto il diritto di tutti di essere informati in modo compiuto. Lo sa bene chi scatena l’odio e gli odiatori.