OMAGGIO A FRANCESCO DE MARTINO

DI ALBERTO BENZONI


Nei ruggenti anni settanta noi socialisti avevamo in comune due sentimenti: l’impazienza e la frustrazione. La prima ci portava a volere tutto e al più presto possibile: la scomparsa della Dc, l’alternativa, il protagonismo socialista, la fine di una disciplina imposta che ci portava a dover stare nel governo in nome della difesa della democrazia e degli equilibri esistenti, il superamento del capitalismo; e altro ancora.
Per altro verso il risveglio da questo trip ideologico faceva crescere la nostra frustrazione: i voti non crescevano, anzi diminuivano, i partiti, compreso il nostro, continuavano a fare i loro giochi, la Dc non faceva passi indietro ed era anzi più presente che mai, l’alternativa non si materializzava e il Pci, fratello maggiore sempre più ingombrante e fastidioso, continuava ad insegnarci cosa fare e cosa non fare, amoreggiando con la Dc alle nostre spalle.
Impazienza e frustrazione. Una miscela esplosiva che sarebbe esplosa al Midas e che avrebbe avuto come comune bersaglio il vecchio partito e soprattutto la sua espressione più compiuta, Francesco De Martino.
Gli venne rimproverato tutto ma proprio tutto: il moderatismo (noi a sfilare per via del Corso contro il “fanfascismo”, lui a trattare con la Dc per ricostruire un governo di centrosinistra), la vocazione alla mediazione, l’insistenza sull’unità della sinistra e sui rapporti con il Pci in un gioco in cui noi davamo e loro incassavano, l’apparente mediocrità di obbiettivi (“nuovi e più avanzati equilibri”) tutti politicistici e, per dirla tutta, l’essere un freno al protagonismo e alla stessa identità socialista.
Il Nostro accettò il crucifige senza reagire. Per chiamarsi fuori in silenzio con i suoi amici più fedeli, da Arfè a Boni a Bartocci, testimone intelligente ma non più protagonista della lotta. E soprattutto simbolo di un mondo e di un modello di partito che erano stati addirittura cancellati dalla nostra memoria collettiva.
Oggi, vari compagni, a partire da Marco Zanier, hanno scritto di lui. In modo, insieme, erudito e commosso.
Leggere di lui, però, ci porta in un mondo distante anni luce dal nostro: nelle parole, nei problemi, negli orizzonti.
Ma è veramente così? Io credo di no. E in questo senso il mio piccolo omaggio vorrebbe essere non solo l’omaggio alla persona ma anche riproposizione della cosa. O più esattamente di un modello di partito, distrutto e disprezzato dopo la rivoluzione culturale del Midas ma estremamente valido per quanti vogliano ricostituire un movimento socialista nel nostro paese.
Parlo del partito “al servizio”. Di una classe, di un’ideologia, di una strategia politica, di un progetto di cambiamento; insomma di tutto, quanto oltrepassi i semplici interessi di bottega. Di un partito che misuri i suoi successi sulla crescita delle classi subalterne e sul cambiamento della società e non sul numero dei voti e del potere del nostro partito; sull’internazionalismo e non sul nazionalismo. Parliamo del partito di Nenni e Saragat, di Lombardi e di Basso. E dello stesso De Martino, infaticabile protagonista della necessaria conciliazione tra etica della convinzione ed etica della responsabilità e, nel caso specifico, tra certezze ideologiche e necessità pratiche.
Eravamo un partito pasticcione e fragile ma fervido e generoso; di sé e per gli altri. E governato da una serie di Super io in cui gli ideali facevano premio sugli interessi di partito o di potere; e il Socialismo sui socialisti.
Un mondo di cui De Martino era uno dei perni regolatori. Un mondo destinato a franare nel contrasto drammatico tra sogni e realizzazioni.
Ma anche un mondo, e un modello di partito – e questa è la ragione di fondo di un omaggio collettivo alla figura di De Martino – destinati a riemergere, prima o poi, dopo il naufragio definitivo del socialismo nazionalista, identitario e totalmente autoreferenziale nato con il Midas e morto nel 1993.