PERCHE’ RITENGO INUTILE LA COMMISSIONE SEGRE

DI ALBERTO BENZONI


“Quando devi fare una cosa e non sai come farla, crea una commissione”. Una perla di saggezza politica, ampiamente confermata da esperienze secolari; e che ci viene richiamata alla mente dalla recentissima vicenda dalla commissione Segre.
La sua costituzione sarà accompagnata da mille ostacoli e mille polemiche. Al punto di ritenere quanto meno probabile che questa avvenga concretamente: specie se la coalizione di governo continuerà a spararsi addosso, provocando la fine anticipata della legislatura.
Ma non sarebbe poi un gran male. Perché, come strumento di lotta al “razzismo e all’antisemitismo” (curiosa e rivelatrice l’assenza nell’elenco del richiamo esplicito all’antislamismo) si pretende di occupare uno spazio intermedio tra giustizia e politica. Spazio che non esiste né in linea di principio (a meno di considerare il “politicamente corretto” protetto dalla Costituzione; il che, giustamente, non è); né in linea di fatto.
Per chiarire, innanzitutto a chi scrive, questo concetto, vorrei ricorrere a un esempio. Supponiamo che la Commissione esista e che stia svolgendo il ruolo di vigilanza. E supponiamo che stia prendendo in esame la più recente comparsata di Salvini in Tv: là dove ha detto (citiamo a senso) “quelli a cui non piace il presepe o il crocifisso, se ne tornino a casa loro”.
Qui c’è il peggio del peggio del Nostro: nella sua veste di avvelenatore di pozzi. A partire dall’affermazione, falsa, che gli islamici e le loro associazioni, siano nostri nemici, al punto di voler cancellare dalle scuole i simboli della tradizione cristiana (con il corollario che, per combattere questo loro disegno, bisogna impedirli di costruire moschee). Ma manca però l’affermazione passibile di essere considerata come reato. Si dice “che se ne tornino a casa loro”; non “dobbiamo cacciarli”. Un discorso da bar sport; non l’invito a una crociata. Ma, nel contempo, attenzione, un attacco sottinteso, ma facilmente comprensibile ed efficace, contro i custodi troppo zelanti del politicamente corretto: leggi contro quelli che, nel timore di offendere altrui sensibilità, rinunciano, senza esserne stati richiesti, a celebrare il Natale o a conservare i simboli religiosi nelle scuole della repubblica.
In tutto questo ci potrebbe lo spazio dovuto alla giustizia, ogni qualvolta si manifestino intolleranza o discriminazione individuale e collettiva. E soprattutto per una politica che non si limiti a definire Salvini come “fascista”- anche perché, piccolo particolare, non lo è – nell’illusione di poterne così frenarne l’ascesa senza fatica; ma che combatta punto per punto le sue argomentazioni, portando avanti con rigore e coerenza la cultura e la pratica dell’integrazione. Una cultura e una pratica senza la quale il discorso sull’accoglienza potrebbe diventare addirittura controproducente.
In ogni caso, sia che la giustizia e la politica facessero il loro dovere, sia nel caso contrario, spazio per Commissioni custodi del retto pensare e dei retti discorsi proprio non c’è. Nel primo caso perché sarebbero del tutto inutili; nel secondo, perché pretenderebbero di essere una cura mentre sarebbero invece una copertura – ideologica e del tutto illusoria – delle nostre mancanze.
La morale della favola, se c’è, potrebbe essere questa. E cioè che la Commissione Segre, se ha un senso politico, rappresenta il tentativo di tenere sotto scacco, con la spada di Damocle dell’accusa di fascismo, un avversario che non si è in grado di contrastare in altro modo (anche, mi si passi lo sfogo nostalgico, con la rinuncia a dire o a fare “cose di sinistra”). Un errore strategico e psicologico: perché la Lega è, per certi aspetti, il peggio del peggio ma non è fascista; e soprattutto perché considerarla tale, significherebbe dire che il 50% di italiani che votano Lega o Fratelli d’Italia sono fascisti, banalizzando il fenomeno e criminalizzando un popolo che dovremmo riconquistare.
Ciò ci riconduce al secondo capitolo della nostra riflessione. Il tema della violenza nei quartieri e negli stadi, “con particolare riferimento” ai fatti di Roma e di Verona. A Roma, la risposta al rogo della “Pecora elettrica” doveva e deve essere la sollecita individuazione e arresto dei responsabili, fossero essi politici o, ipotesi avanzata dalla polizia ma anche da residenti del quartiere, boss della droga. E, soprattutto, il coinvolgimento del quartiere e delle istituzioni a sostegno dei responsabili della libreria e della ripresa delle sue attività. Speriamo che questa duplice risposta ci sia. Ma, per l’intanto, abbiamo dovuto sentire i soliti discorsi su Centocelle “medaglia d’oro della Resistenza” ma che “non è più quella di una volta”, lo schema fascismo/antifascismo e, soprattutto un grande ma non sappiamo quanto giustificato senso di solitudine e di abbandono.
In tal modo si colpevolizzano, come già avvenne mesi fa nel caso di Torre Maura (ricordate il pane destinato ai bambini di un insediamento provvisorio di rifugiati gettato per terra e calpestato dai teppisti di Casa Pound?) interi quartieri, magari piangendo sull’abbandono delle periferie, anziché isolare e colpire i diretti responsabili degli atti di violenza. Un errore che rischiamo di ripetere nel caso dei cori degli stati mettendo insieme i casi di “discriminazione territoriale” e quelli di chiara impronta razzista.
I primi sono l’eredità un po’ rancida ma anche attenuata del campanilismo italico. Quello che rendeva una volta le stracittadine nelle grandi città e nei centri medi e piccoli (Livorno-Pisa; Ascoli- San Benedetto del Tronto ma anche Palermo-Catania) un appuntamento rischioso per l’ordine pubblico e per la vita delle persone. Oggi tutto ciò sopravvive ma per il puro gusto della polemica e dell’insulto; basterà così la minaccia seria di sospensione della partita per porre rimedio.
I fatti di Verona pongono invece un problema assai più serio. A partire dal fatto che intorno alla vicenda di Balotelli si è creato un vero e proprio discrimine politico. Il Nostro è certo un personaggio particolare, sempre in bilico tra genio e sregolatezza, portato alle stelle come simbolo calcistico dell’integrazione, condannato oltremisura per non essere stato all’altezza del suo ruolo. Ora però esaltazione e soprattutto condanna sono diventate, con le reazioni in crescendo prima del club, poi del comune e, infine della Lega, materia di uno scontro che con il calcio non ha nulla a che fare. Si è cominciato con il negare l’evidenza (“io non ho sentito niente”). Poi si è ricorso al vittimismo; (“la nostra città ospitale e laboriosa, vittima di una provocazione e di un linciaggio mediatico”). E, in conclusione, si è buttato il tutto in rissa: “Balotelli esempio in negativo di una ipotetica integrazione, ora e sempre, prima gli italiani”.

Da ora in poi, statene certi, tutti coloro che prenderanno di mira un calciatore di colore in qualsiasi stadio del nostro paese saranno coperti, che lo vogliano o no, dallo scudo di Alberto da Giussano. Ragione di più per fargliene passare la voglia e da subito. A partire dalla fine delle mille complicità con i dirigenti di club. Qui non si difende il politicamente corretto ma le basi e il futuro della nostra convivenza civile.

Attenzione. Qui non ci stiamo misurando con manifestazioni spontanee e incontrollate. Perché, da tempo, le curve sono diventando, senza che ne accorgessimo, in Italia come in molti altri paesi, il terreno d’elezione e il porto franco dell’estremismo di destra. Un pericolo limitato e circoscritto. Ma pur sempre un pericolo.