UN TRANQUILLO WEEKEND DI RAZZISMO ALLO STADIO

DI MASO NOTARIANNI

C’era una volta un pugile. Johann Trollmann, campione nazionale dei pesi mediomassimi in Germania nel 1933. Era sinti e sui pantaloncini si era fatto cucire la parola gibsy: zingaro. Per le sue origini era stato scartato dalla selezione per le Olimpiadi del 1928 di Amsterdam. Non poteva, uno zingaro, rappresentare la Germania nazista.

Boxava da dio, già danzando sulle gambe come fosse una farfalla trent’anni prima del più noto Muhammad Ali. Nel ’33 – campione dei mediomassimi tedeschi – gli imposero di combattere stando fermo al centro del ring: i suoi balletti non erano sufficientemente ariani. E così Trollmann si presentò all’incontro con i capelli tinti di biondo e il corpo cosparso di farina, portando sul ring una caricatura dell’arianitudine.
Finì la sua vita nel campo di concentramento di Wittenberge, dove mise al tappeto un kapò ex pugile che lo aveva riconosciuto e costretto alla sua ultima sfida. Emil Cornelius, il kapò messo ko, lo uccise pochi giorni dopo a badilate. Su di lui ci sono due bellissimi libri: Razza di zingaro, scritto da Dario Fo, e Alla fine di ogni cosa, scritto (ancor meglio) da Mauro Garofalo.

Dopo Trollman ancora razzismo

Sono passati 75 anni dalla sua morte, e siamo ancora a fare i conti con il razzismo nello sport. Grande risalto ha avuto l’episodio (pessimo) dei cori razzisti che hanno colpito Mario Balotelli. Nello stesso giorno hanno avuto molta meno rilevanza due episodi avvenuti anch’essi al nord. A Desio, in una partita di pulcini (dieci anni, 10), un ragazzino della Aurora Desio si è sentito urlare – da una mamma (una madre) della squadra avversaria (la Sovicese) “negro di merda”.
A Milano, lo stesso giorno, si giocava una partita tra Top Juniores: Us Melzo1908 contro Cea Juniores, una squadra meneghina sul cui campo si disputava la sfida.

Dagli spalti per tutta la partita e nell’indifferenza dell’arbitro e dei dirigenti, i “soliti” insulti verso un giocatore del Melzooriginario del Senegal. Ancora “negro di merda” e “scimmia” oltre ad altri che non si possono scrivere su un sito di informazione. Al termine della partita finita in parità, una donna placca il ragazzo e il padre di un avversario lo colpisce con un violento pugno in faccia costato cinque giorni di prognosi.

Gli innumerevoli episodi di razzismo nello sport

Sono innumerevoli gli episodi di razzismo nello sport. E non solo nel calcio, grazie anche al fatto che lo sport nel nostro Paese è guidato da chi (il presidente del Coni Malagodi) sostiene che “è sbagliato se qualcuno fa buu a un giocatore di colore, ma è ancora più sbagliato quando uno che guadagna tre milioni di euro all’anno si lascia cadere in area e magari è anche contento di prendere un calcio di rigore”.

Non consideriamo poi le parole di un poveraccio che sostiene che “Balotelli non potrà mai essere italiano” (lo dice un capo ultrà del Verona), ma se chi dovrebbe rappresentare le istituzioni si presenta in video non solo mangiando creme al cioccolato ma anche bevendo birra e intonando canzoncine razziste nei confronti dei napoletani oppure commenta l’avvicendamento tra Icardi e Lukaku dicendo che “l’Inter ha cambiato un grande centravanti col pisello confuso con un centravanti confuso dal pisello grande”, non possiamo stupirci se tutti si sentono liberi di essere razzisti.

“Signore e signori, siamo nel 2019 e invece di andare avanti stiamo tornando indietro”ha detto proprio Lukaku dopo aver preso insulti razzisti a Cagliari. E in effetti sembrerebbe che si stia tornando nell’epoca di Trollmann. Ma forse, se un gigante dell’industria dell’abbigliamento sportivo come Umbro decide di investire sponsorizzando No Walls, la squadra più globale d’Italia, con giocatori di 14 nazionalità, dalla Nigeria al Kosovo, dal Gambia al Mali, qualche speranza c’è.

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