INTER VERONA. VITTORIA IN RIMONTA PER ANTONIO E I SOLITI EROI. BARELLA DI PIÙ

DI LUCA MARTINI

Alla fine del famoso ciclo di otto partite ogni tre giorni, che agli interisti sono invece parse quindici ogni due, anche per l’impazienza e la nevrastenia di Conte (Antonio), in giustapposizione con l’apparente calma orientale della dirigenza cinese, il Mister chiede ai suoi superstiti di asfaltare un ostico Verona (anzi: Hellas come lo chiamano i suoi nerissimi ultra), un Hellas corto compatto quasi allergico in questa fase di stagione a prendere gol.

Senza il piccolo Buddha Sensi e il fighter D’Ambro (entrambi in panca), gli infortunati Asamoah e Gagliardini, privi pure di fede nella garra charrua di Godin, cui viene preferito l’imberbe Bastoni, tirano la stracca carretta nerazzurra i soliti eroi, consci di aver le gambe per 60 minuti e poi chi s’è visto s’è visto.

Pronti via. Squadre in un fazzoletto. Inter con la difesa altissima, confida tutto nelle due punte. Il Grande Gigante Gentile è lento, Lautaro survoltato. Lazaro fa la ala che promette. Bene così. Ma al primo passaggio sbagliato (povero Bastoni), contropiede feroce, fallo di Handa, rigore, e gol al 19’ di Verre. Seguono dieci minuti di furia interista, che portano un tacco sottoporta di Lukaku e una traversa di Brozo, poi nulla, poi un quasi gol in mischia, poi nulla, poi molta frustrazione e due cartellini gialli: di consueto, Brozo perché ferma una ripartenza e Lautaro per il piede a martello.
Secondo tempo. San Siro aspetta il crollo fisico e pensa al peggio perché non vede contro mosse (Borja Valero per velocizzare il giro di palla? Un raccattapalle al posto del timido Biraghi? Ecco, meglio, dopo un po’ entra Candreva…). Ma, per la serie I misteri dello Spogliatoio, il secondo tempo è un’unica Massa Gassosa, nel senso che l’Inter a sorpresa va per 45 minuti a tutto gas. Costruisce un asfissiante assalto – pieno di pecche, ingenuità, svarioni, broccaggini, certo, ma il tutto assolto dall’ottima attitudine – contro il cosiddetto Muro di Iuric, l’allenatore realista di un ordinato e dignitoso Verona catenacciaro. In ogni modo, i soliti eroi sembrano ancora più eroici. Barella e Brozo macinano chilometri, Lukaku, umanissimo pedatore ma forte come Aiace Telamonio distribuisce palle a tutti, Lautaro picchia cade si rialza rimbalza ovunque, Vecino scopre di avere ancora la garra (parola di Adani) quando il cangaceiro austriaco Lazaro gli pennella sulla testa il gol del pareggio al 67’. Quello della vittoria arriva poco dopo da una bordata di Barella che ormai percorre il campo a destra e a manca come l’aviatore John Belushi in 1941 e probabilmente, a fine partita, guiderà pure il pullman per portare tutti a casa, felici e vincenti.
A margine. Conte era così incazzato nel dopo coppa di Dortmund perché ha capito che con in più un vecchio Vidal e un anziano Dzeko (via, erano 50 milioni compresi gli ingaggi) avrebbe stirato Barça e Borussia, e ora vedrebbe già gli ottavi di coppa con pendant sui quarti e poi giù a precipizio nelle semifinali e quindi chissà. La verità è tutta qui. Lo capiamo: è noto che gli juventini hanno problemi con la Champions.