LA SCELTA DI TARANTO È TRA VITA E MORTE

DI PIERLUIGI PENNATI

Taranto è condannata e non è una novità: se ILVA chiude la città muore di fame, se resta aperta muore di cancro.

Morire di fame o di tumore, questo è il problema, tra le due cose io scelgo la fame, almeno la solidarietà può evitarla, il tumore è lento ma inesorabile, non conosce pietà.

Quando Calenda, ministro del governo Renzi, voleva svendere la fabbrica con migliaia di licenziamenti e senza portare soluzioni al problema sopportando migliaia di esuberi destinati alla fame senza soluzioni efficaci per l’ambiente CGIL CISL e UIL erano già pronti a firmare, ma come dal nulla un altro sindacato, un sindacatino autonomo e senza importanza a detta dei grandi confederali, forte di consenso ed adesioni senza precedenti in ILVA, si era messo di traverso da solo portando al tavolo una sfida: mantenere i livelli occupazionali bonificando l’area attraverso i fondi sequestrati alla famiglia Riva, precedente proprietaria dello stabilimento.

Trattativa bloccata e sfida raccolta solo dal governo successivo, Luigi Di Maio, detto dai suoi detrattori Giggino il bibitaro ed ai tempi ministro dello sviluppo economico, dopo aver ascoltato le parole di Sergio Bellavita e Francesco Rizzo di USB decide di provarci: l’accordo sottoscrotto prevede mamtenimento dei livelli occupazionali e bonifica del territorio. CGIL CISL e UIL cantano vittoria….

Acelormittal, società indiana, accetta la sfida industriale, sottopone al governo un piano giudicato credibile e prende i finanziamenti per attuarlo, se non fosse che oggi, a sorpresa, dichiara che proprio il suo stesso piano è inattuabile, prima con il pretesto di uno scudo penale che manca e poi a prescindere.

Così i magnate dell’acciaio indiani se ne vorrebbero andare presentando il conto all’Italia e lasciando prospettive di morte per fame o tumore alle spalle… e pensare che il “signor” Mittal aveva speso “solo” 80 milioni di dollari per il matrimonio della figlia, certo più importante della vita di una città lontana dall’India come Taranto.

Ancora una volta CGIL CISL e UIL hanno la soluzione: concedere lo scudo penale ai proprietari e discutere di esuberi, ovvero ritardare la fine delle morti per tumore senza punire nessuno e mettere sul lastrico migliaia di famiglie affamando la città.

Ancora una volta una sola voce fuori dal coro, USB, sindacatino autonomo snobbato dai grandi sindacalisti di professione, con i soliti Sergio Bellavita, funzionario nazionale, e Francesco Rizzo, dipendente ILVA, non ci stanno più e dopo assemblee partecipatissime con i dipendenti ILVA e gli abitanti di Taranto, a nome dei loro moltissimi iscritti e degli intervenuti, lanciano un grido di dolore estremo: meglio morire di fame che di tumore, la fabbrica deve essere bonificata o chiusa.

Io sto con loro, io preferisco perdere l’1% del PIL che continuare ad uccidere delle vite umane, io preferisco sopportare una nuova tassa per il rilancio della zona, abbattendo l’attuale impianto e ricostruendolo ex novo, piuttost9 che continuare ad uccidere, in fondo paghiamo già tasse finalizzate solo a restituire interessi evonomici alla banca centrale europea, perché non farlo per noi stessi?

Prima gli italiani, prima Taranto!

Acelormittal è di certo colpevole, ma noi lo saremo di più se anche solo ci renderemo complici di questo ulteriore atto di morte certa, è sufficiente passare nei pressi dello stabilimento di Taranto per notare la povere rossa depositata ovunque, nessuno vorrebbe vivere là, nessuno vorrebbe crescere bambini in quel posto, chi lo fa è perché alla più rapida morte per fame sceglie disperato la più tardiva e meno evidente morte per tumore, io scelgo anche per loro la vita, ILVA deve chiudere!

Lo sanno i dipendenti, lo sa la città ed adesso lo sa anche Conte che, primo presidente del consiglio dei ministri a fare una cosa simile, è andato sul posto e si è seduto in mezzo agli operai che gli hanno detto: statalizzare l’impresa, abbattere i vecchi impianti e costruirne nuovi salvando città e vite umane.

Quanto costa? Chissenefrega!