VIOLENZA NEGLI STADI: NON NE USCIAMO

DI ONOFRIO DISPENZA

Senza fortissimi cambiamenti non ne usciremo da un calcio che si esprime con violenza e che alimenta violenza. E resteremo sempre indietro rispetto ad altre realtà che magari non hanno alte qualità tecniche ma che hanno un assetto complessivo assai più avanzato, sul campo e sugli spalti. Al di là degli incidenti del prima e dopo Lazio Celtic, al di là del settore dell’ Olimpico chiuso dalla Uefa per gli ignobili saluti romani dei laziali nella trasferta con il Celtic, ieri sera all’Olimpico, a favore di telecamere, eccoli gli striscioni, eccole le mega bandiere in ricordo di “Diabolik”, il capo ultras ucciso recentemente in un regolamento di conti. La polizia li fa entrare? Male, sono evocativi e questo basta per alimentare la violenza. Se si vuole cambiare il calcio, al di là di norme restrittive, sportive e penali, al di là delle misure di polizia, dovrebbero essere le società a far rimuovere per sempre questo tipo di messaggio: “Se tu vuoi stare qui, nel mio stadio, ci stai ma senza quello striscione, senza sventolare quella insegna, senza la mascherina di Diabolik”. Così non accade, e i semi della violenza fermentano in curva e se la curva è chiusa per punizione si traferiscono in un altro settore. Le cose cambiano di poco. Credo sia arrivato il momento, al di là dell’ipocrita dibattito sulla responsabilità oggettiva, che le società decidano tutte, insieme, di vietare ogni striscione e ogni vessillo para sportivo. Si perdono spettatori e “rapporti”? Meglio. Non si può fare come in politica: è giusto combattere gli evasori, siccome gli evasori sono tantissimi e votano…D’esempio siano i campi di ogni altro Paese d’Europa: solo sciarpe e civile, seppur caloroso, incoraggiamento della squadra per 95 minuti, si vinca o si perda. Anche per questo in Europa è una fatica farsi strada, non basta saper palleggiare o avere una storia sportiva fatta di trofei nostrani e no. Ci vuole anche civiltà.