A BOLOGNA CON LA COMBRICCOLA. TUTTI DA VITO CON DALLA E GUCCINI

DI MARIO RIGLI

 

Mi sentii quasi mancare il fiato quando entrai nella piazza. Non so esattamente cosa si prova nella sindrome di Stendhal, ma doveva essere qualcosa di simile a quello che sentivo sulla pelle e dentro. La bellezza di quella piazza era sconvolgente. L’ultima volta che vi ero stato, una trentina di anni fa, era per un concerto di Lucio Dalla, ma era sera, buio. Questa era la prima volta che potevo ammirare Piazza Maggiore di giorno, alla luce del sole.
Ci voleva proprio la gita de “La Combriccola” per ritornare a Bologna.
La combriccola è un gruppo di amici, quasi fratelli, che stanno insieme da oltre cinquant’anni, cresciuti intorno ad un prete, un grande prete che ci ha plasmato nella mente e nell’anima. Ci voleva quella gita perché potessi rivedere Bologna.
70 persone in gita e tutte insieme in un bus a due piani, grande come un aeroplano. Già, quel pulmann ci ha fatto dannare specialmente nell’ultima parte della gita quando ci siamo diretti verso il Santuario della Madonna di San Luca, sulle colline sopra la città, ad ogni tornante doveva fare tre o quattro manovre per poter girare.
Ma la piazza! Che spettacolo! Mi pareva che il Nettuno del Gianbologna mi aspettasse e mi guardasse. Sentivo poco e a singhiozzo la voce della guida.

Quel trabiccolo dell’auricolare era troppo grosso o troppo piccolo il buco del mio orecchio. Ero costretto a tenerlo con l’indice sennò mi volava via, ma ogni tanto dovevo pur scattare qualche foto, e la voce della guida la sentivo e non la sentivo.
In fondo, se perdevo qualcosa della spiegazione non era importantissimo, qualcosa conoscevo autonomamente di Bologna. Ma visitare la Basilica di San Petronio, la più antica Università d’Europa, l’Ospedale della Morte con l’ausilio di quelle preziose spiegazioni era davvero gratificante. La commozione , però, è arrivata altrove da questi monumenti. Di colpo l’ho sentita fino a sciogliermi passando davanti alla casa di Lucio Dalla, i murales con la sua figura o mentre suona il sassofono, mi si sono stampati dentro da subito e la stessa emozione l’ho provata calpestando la stella con il suo nome, quasi fossi ad Hollywood invece che a Bologna.

 

Poco dopo quel mercato particolare, quei negozi alimentari con i loro banchi fuori, sulla strada, sembravano venire direttamente dl Medioevo o da un souq arabo. Carne, verdura, pane, legumi, senza protezione di nessuna pellicola plastificata. Ritornai di colpo bambino quando nel mio paese la pasta si comprava sfusa dalle cassettiere alle pareti, o si vedevano polli, conigli, agnelli, mezzi maiali attaccati ai ganci o quarti di bue appesi gli argani delle macellerie. Mi affascinava veder tirar su quel pezzo pesantissimo di animale con solo un dito e con quelle catenelle che scivolavano velocissime. Mi affascinava quel movimento anche se non riuscivo capire il principio di fisica che lo permetteva. Del resto era quello il periodo in cui si potevano acquistare due o tre sigarette in una bustina di carta, la plastica ancora non esisteva. E quel mercato medievale mi riportava davvero indietro nel tempo. E quel negozio con la pasta!
In un capiente canestro c’erano i tortellini, quelli piccolissimi. C…aspita! 33 euro al chilo! E ci credo che per farli si sono ispirati all’ombelico di Venere! Del resto anche quelli più grossi non costavano molto meno. Questi forse si ispiravano all’ombelico di Giunone, ma era pur sempre un dea.
E si era fatta quasi l’ora di pranzo, dovevamo avviarci verso il ristorante, un po’ fuori dal centro. Ci mancava ancora la visione delle torri. Sbucammo da un strada laterale proprio sotto Garisenda e gli Asinelli.

Un senso di vertigine mi pervase guardando in alto, sembrava proprio ci venissero addosso. La guida ci spiegò che il terreno era simile a quello sotto la torre di Pisa, ma io credo un po’ più fragile: La torre di Pisa sembrava a piombo rispetto a loro.
E finalmente al Ristorante, un ristorante famoso, forse il più famoso di Bologna. Da Vito.
Vito era, oltre che oste, un clarinettista che spesso duettava con Lucio Dalla o lo accompagnava mentre suonava il sassofono e Lucio spesso andava da lui a mangiare.

Ma Dalla non era stato il primo. Lo aveva preceduto Francesco Guccini. Guccini abitava nella strada proprio dietro il ristorante. E dopo di loro Morandi, Ron, Carboni. Oggi Vito Pagani non c’è più, l’osteria e nelle mani del figlio Paolo, un tipo smilzo, ma di grande forza.
L’osteria non è forse adatta a cene al lume di candela o a colazioni di lavoro, ma a ritrovi di amici che vogliono fare baldoria, adattissima al nostro gruppo, allegri sempre anche in gite culturali. Unico neo:
Eravamo stipati come sardine. Mio fratello, con altri in avanscoperta, qualche tempo prima, aveva fissato due sale per 70 persone, ma Paolo aveva dato via una sala e ci aveva sistemati in una soltanto. Non potevamo assolutamente muoverci, anche bere un bicchiere di vino era un problema, ci strusciavamo gli uni agli come amanti piuttosto che amici. Ma in fondo non era un problema per noi, fratelli più che amici,
non eravamo forse fitti nelle tende di Badia Prataglia o della Verna, non eravamo forse accatastati al cinema del Convento? E poi, stretti così, noi de La combriccola lo siamo sempre, anche se non fisicamente.
Se passate da Bologna mi raccomando andate Da Vito, ordinate tagliatelle o lasagne e stinco di maiale arrosto.
Il pranzo era finito, ma io volevo parlare con Paolo.
Ancora? – mi ha detto.
Mio fratello, tesoriere della Combriccola, aveva tentato di avere uno sconto per il disagio dei posti. Paolo era stato inflessibile e aveva messo il malloppo direttamente in tasca, invece che nella cassa. Vedendo forse la somiglianza ha certamente pensato che tornassi alla carica.

– No, Paolo, niente sconti, ti voglio solo parlare –
– Ah allora dimmi figlio dei fiori –
questo appellativo derivava certamente dalla mia camicia.

 

Sono stato almeno una mezz’ora a parlare.
– Sei parente di Herbert? –
– No, ma conosco anche lui –
E poi mi ha raccontato di Fabrizio De André, quando un po’ alticcio, se ne è andato con la sua 2CV, sbattendo solo dopo qualche centinaio di metri, di quando Lucio ha firmato il contratto per Banana Republic nella stanzina dietro la cucina che era diventato il suo ufficio, di quando sempre con Lucio, negli Stati Uniti, in un negozio coreano, aveva trovato una miracolosa pasticchina blu e ne avevano fatto incetta, o del burrascoso incontro di Dalla con Carmelo Bene.
– Paolo, starei ore parlare con te, ma devo andare, il Pulmann sta per arrivare ed io devo fare ancora una cosa –
– Ciao, figlio dei fiori, forse ho capito cosa vuoi fare, prova, ma credo che sia in montagna. –
Con passo svelto ho raggiunto via Paolo Fabbri, ma al numero 43 era tutto sbarrato, ho provato anche a suonare, niente. Francesco era certamente a Pavana.

Gli volevo far vedere il ritratto che avevo fatto per lui,
dal telefonino naturalmente, gli volevo chiedere se si ricordava di un cena fatta insieme, non da Vito, ma nella mia terra, a Paterna, insieme a Paolo Hendel e molti altri. Ma niente da fare il numero 43 di via Paolo Fabbri era deserto. Sarà per un’altra volta, mi sono detto.

Sono arrivato che quasi tutti erano saliti. L’escursus verso San Luca e poi, era già buio, verso casa.
Il pulmann non era stretto come l’osteria di Vito. A fianco dei nostri due posti c’erano due posti completamente liberi.
– Lisa, vado schiacciarmi un pisolino, svegliami quando si esce dal casello –
– Ok –
Mi sono disteso sui due sedili liberi, canticchiando dentro.
“Fra “krapfen” e “boiate” le ore strane son volate,… Se fossi più gatto, se fossi un po’ più vagabondo,
vedrei in questo sole, vedrei dentro l’ alba e nel mondo,
ma c’è da sporcarsi il vestito e c’è da sgualcire il gilet:
che mamma mi trovi pulito qui all’ alba in via Fabbri 43!”
Mi sono addormentato felice per la bella giornata, poi uno strattone.
– Cosa succede? Siamo arrivati? – ho chiesto a Lisa.
– No, siamo a Firenze sud –
– E allora? stavo russando? –
– No, stavi cantando e ad alta voce –
– Cosa cantavo? –
– Chissà chissà domani /Su che cosa metteremo le mani /Se si potrà contare ancora le onde del mare/
E alzare la testa –
…..
P.s. Sono a casa, sto andando a letto, ma mi rimbombano in testa le ultime parole di Paolo Pagani:
– Qui in trattoria un tempo i poeti parlavano di versi, i pittori di colori e cromie, i filosofi parlavano di filosofia, i giornalisti si scontravano sulle loro diverse posizioni, ma lealmente, la politica era all’ordine del giorno. Oggi non è più così perché è la società a essere mediocre. Ma non aver paura figlio dei fiori, ad ogni Restaurazione segue l’Illuminismo, è solo questione di tempo.-