CILE: L’INCUBO DEI PRESTITI UNIVERSITARI ALLE ORIGINI DELLA PROTESTA

DI FRANCESCA CAPELLI

Si chiama Gustavo Gatica Villarroel, ha 21 anni ed è uno degli studenti che da settimane protestano contro la politica del governo di Sebastián Piñera. Rischia di perdere entrambi gli occhi, dopo aver ricevuto una scarica di proiettili di gomma direttamente sul viso, la notte di venerdì 8 novembre.
Il caso vuole che Gustavo sia il fratello di un ex lavoratore di Villa Grimaldi – Corporación Parque de la Paz, centro di detenzione e tortura della dittatura trasformato in museo, alle porte della capitale Santiago. Per questo, grazie a un comunicato stampa, il suo nome è uscito allo scoperto.
Altrimenti Gustavo sarebbe rimasto uno dei tanti, senza nome e senza volto. Centinaia di manifestanti mutilati, feriti, stuprati, torturati in questi settimane buie, nella quali sono tornati i carri di notte per le strade di Santiago, per reprimere e criminalizzare chi protesta e chiede una reale democratizzazione del paese.
La Costituzione cilena risale al 1980, quando ancora Pinochet era ben saldo al potere. La transizione democratica, avvenuta nei primi anni ‘90, non ha realizzato una reale democratizzazione delle istituzioni, a cominciare dall’università. L’istruzione universitaria è molto costosa e riservata a una ristretta élite. Le tasse universitarie, anche nelle istituzioni pubbliche, sono tra le più alte del mondo, 19 volte più care che in Francia. Non è un caso che in Cile da 30 anni – cioè dalla fine del regime di Pinochet – l’educazione sia al centro di tutti i conflitti sociali.
Una legge dell’epoca della dittatura obbliga le università statali a mantenersi esclusivamente con le rette degli studenti, senza ricevere fondi pubblici. Per questo le tasse sono altissime, equivalenti a quelle delle università private.
Per risolvere questo problema e permettere ai giovani di classe media di accedere all’istruzione è stato creato un sistema di indebitamento permanente organizzato dallo stesso Stato: gli studenti o le loro famiglie chiedono un prestito per una somma molto alta (equivalente al prezzo di un appartamento, per capirci). Man mano che gli anni passano gli interessi aumentano (spesso del 100 per cento) e sono costretti a chiedere un altro prestito solo per pagare gli interessi del primo debito. Non solo. Se non sono in regola con i pagamenti, gli studenti non possono sostenere esami e laurearsi. Persino i beneficiari di una borsa di studio finiscono per cadere nel baratro dell’indebitamento.
Il sistema – detto Cae (Crédito con Aval del Estado) – è un dispositivo finanziario perfettamente coerente con il modello economico cileno, dove persino le pensioni sono totalmente privatizzate, gestite da fondi di investimento, nei quali chi ha capacità di risparmio versa cifre in grado di garantire in futuro una rendita dignitosa, chi vive appena sopra la linea della povertà si ritrova, in età avanzata, con una pensione da fame.
La maggior parte degli studenti sono anche lavoratori, con occupazioni precarie a basso salario, in un paese dove, tolto il belletto ai dati economici sbandierati dal governo, il salario minimo è di 420 dollari.Una situazione a cui aveva cercato di rimediare l’ex presidente Michelle Bachelet. Che già all’inizio del suo mandato, nel 2014, aveva dichiarato l’intenzione di rendere gratuita, almeno per le fasce meno abbienti, l’istruzione universitaria. Per questo aveva avviato una riforma, da concludere entro il 2020, per garantire al 70 per cento degli studenti a basso reddito la possibilità di studiare gratis. Tanto da meritare il plauso di Camila Vallejo, leader studentesca durante le proteste del 2012 e oggi deputata per il Partito comunista cileno (www.alganews.it/2017/09/16/cile-universita-gratuita-aborto-matrimonio-gay-entro-2018/). Ma, alla fine del 2017, la rielezione di Piñera (già presidente tra il 2010 e il 2014) ha congelato il processo di riforme.
Intanto in Cile non si fermano le violenze dei carabineros. Ma non si fermano nemmeno le proteste. I manifestanti chiedono le dimissioni di Piñera, che si è limitato a promettere indagini su “eventuali eccessi nell’uso della forza”, ha sostituito vari ministri, ha annunciato cambiamenti in “alcuni articoli” della Costituzione, ma non ha nessuna intenzione di rinunciare al potere.
E noi, impotenti, possiamo solo restituire a Gustavo Gatica Villarroel un nome, un’identità e una soggettività. Sperando che lo splendore della sua giovinezza non gli sia stato strappato per sempre da una raffica di proiettili di gomma in una strada di Santiago, mentre manifestava per un paese più giusto.