BOLIVIA 2019 COME CILE 1973: UN COLPO DI STATO

DI ANGELO D’ORSI

La buona notizia di tre giorni or sono – la liberazione di Lula in Brasile – viene seguita, ahinoi ,dalla pessima notizia delle forzate dimissioni di Evo Morales in Bolivia.

Ancora una volta il liberalismo mostra il suo volto feroce. Ancora una volta la democrazia viene fatta funzionare solo se al potere ci sono “loro”.

Ancora una volta il grande inganno della volontà popolare, che viene accettata soltanto quando è opportunamente manovrata e cede alle lusinghe o alle minacce del più forte.

Ancora una volta l’onestà politica, la pulizia morale, e l’efficienza della amministrazione pubblica non pagano, se sono sgradite ai poteri occulti, alle grandi organizzazioni sovranazionali che non sono altro che vetrine opache, dietro le quali si nascondono, sotto le imbellettate vesti della “libertà”, volontà di dominio, cupidigia di denaro, e l’eterna orgia del potere. Il potere del capitale, il potere del malaffare, il potere delle amministrazioni degli Stati Uniti d’America, in definitiva ,delle lobbies affaristiche che guidano, nascostamente (ma neppure troppo) le istituzioni civili, politiche e militari.

Evo Morales, in un discorso calmo, reso in un’atmosfera tesa, in un contesto drammatico, annuncia le proprie dimissioni. I golpisti festeggiano. Gli USA gongolano, l’Organizzazione degli Stati Americani (longa manus di Washington) festeggia, e i vari Bolsonaro e compagnia bella si sentono vittoriosi. Morales cede alle minacce, non per paura, ma perché vuole evitare al paese la guerra civile. Da giorni bande controrivoluzionarie hanno messo a ferro e fuoco la Bolivia, macchiandosi di crimini atroci ai danni di collaboratori del presidente, di esponenti del governo, di amministratori locali indigeni. Crimini rispetto ai quali, come ad Hong Kong, in Occidente, nella democraticissima UE (quella della equiparazione fascismo-comunismo), si è taciuto o si è dato ragione ai “manifestanti per la libertà”. I media “indipendenti” ancora una volta rivelano la loro soggezione al padronato.

Come in Cile nel 1973, militari traditori tolgono il potere al legittimo presidente, e si vendono ai padroni stranieri e ai loro emissari interni. Una campagna di menzogne, unita alla campagna di incendi, aggressioni, omicidi – nel complice o benevolo silenzio dell’Europa e dell’ONU – , è stata lo strumento per costringere Morales a dimettersi.

Il risultato ora è che la Bolivia, a cui Morales aveva restituito dignità, ma soprattutto un livello di sviluppo, di benessere, di servizi sociali impensabili prima di lui, cadrà molto probabilmente nelle mani di bande di guastatori, di lestofanti, di colletti bianchi con il compito di “rimettere le cose a posto”. La “colpa” di Evo Morales è quella di essere indigeno, di volere il bene del suo popolo, di non essersi prostituito ai voleri del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e via seguitando.

Certo dovremmo dire che Morales ha commesso il classico errore di chi per bontà d’animo, per ingenuità, per sottovalutazione dell’avversario, ha seguito le vie democratiche, ritenendo che la democrazia valga per tutti. E invece no: essa vale solo quando al potere ci sono “lorsignori” e sono certi della immutabilità del proprio dominio.

Gli avvenimenti della Bolivia costituiscono l’ennesima prova che la lotta di classe (interna o internazionale) è essenzialmente quella condotta e dai gruppi dominanti contro i gruppi subalterni: e guai a loro se provano a rialzare la testa!

Come ho scritto solo pochi giorni fa, davvero, la democrazia è un grande inganno.

Ma voglio chiudere non rinunciando alla speranza: che il popolo boliviano, a cominciare dalle popolazioni indigene specialmente, che i sostenitori di Morales (la stragrande maggioranza nel Paese), sappiano resistere e restituire il potere a chi lo ha meritato e gestito con onestà e efficacia negli anni passati, ottenendo straordinari risultati.

Domani, tutti dovremmo gridare: Forza Evo!

Evo Morales nel discorso in cui annuncia le dimissioni e nuove elezioni in Bolivia